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5 consigli per i ritratti in viaggio

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Amo fotografare la gente!
Sono i volti che incontro che spesso mi danno la vera dimensione dei luoghi che attraverso, forse più dei paesaggi e dei monumenti, che conservano comunque il loro fascino.
Purtroppo fotografare sconosciuti comporta una certa attitudine e una notevole capacità di stabilire relazioni con i soggetti che scegliamo di immortalare, a meno che non si tratti di candid shots.
Non tutti si sentono a proprio agio, sia da una parte, sia dall’altra dell’obiettivo e credetemi, molto spesso alcuni ritratti, che potenzialmente potrebbero trasformarsi in scatti memorabili, restano delle misere incompiute proprio perché ci lasciamo sopraffare dalla timidezza o dalla confusione.
Ecco 5 consigli che possono aiutarvi a migliorare il ritratto in viaggio.
  1. Scegliamo con molta cura i nostri soggetti
    I grandi ritratti trasmettono immediatamente. Qual è il segreto? Sicuramente una buona composizione, sicuramente un uso corretto della tecnica, ma soprattutto il soggetto.
    Non lasciatevi travolgere dall’ansia di scattare chiunque incontriate, solo perché in viaggio. Non farete che riempire le vostre card con volti che finirete col cancellare, prima o poi.
    Imparate ad aspettare, a selezionare. Cercate tra la folla, attendete con calma. Studiate i tratti somatici, ma in particolare modo studiate le espressioni e aspettate le condizioni favorevoli perché il soggetto si possa trasformare in una bella storia fotografica.
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  2. Siate rapidi, siate cortesi. Siate reattivi.
    Sono davvero pochi i soggetti che si sentono a loro agio di fronte ad un obiettivo puntato. Ecco una ragione per essere rapidi. Personalmente prediligo instaurare un qualche rapporto con chi scatto, anche se per soltanto qualche minuto. Mi piace chiacchierare, in qualsiasi brandello di idioma comune. Sento che attraverso quel tentativo, che i soggetti dimostrano sempre di apprezzare molto – anche quando nessuno capisce l’altro, le distanze si assottigliano e scatta una sorta di empatia, che spesso si traduce in espressioni molto particolari.
    Questo però rappresenta il prima. È il durante che irrigidisce la maggior parte dei soggetti, per cui, durante, cercate di essere rapidi e di limitare la fase di scatto ad una manciata di minuti, sottolineati sempre da una grande cortesia.
    Lavorate in anticipo. Componete mentalmente, risolvete i dettagli legati all’esposizione il più in fretta possibile, evitate di arrivare all momento dello scatto confusi o indecisi. Chi si concede non ha tempo da perdere e vi sta regalando un momento irripetibile, questo non vi deve far travolgere dall’ansia, ma deve spingervi ad essere sempre molto presenti. Siate reattivi!
  3. Fuoco sugli occhi
    È un dato di fatto: gli occhi catalizzano l’attenzione di chi guarda. Nel ritratto sono un punto focale e vanno mantenuti sempre a fuoco! Non è necessario che il soggetto guardi sempre in macchina, anche se molto spesso, quando questo accade, si instaura con chi guarda una relazione decisamente più forte. In ogni caso, che il soggetto guardi in macchina o che il soggetto volgo lo sguardo altrove, assicuratevi che gli occhi siano sempre a fuoco, a prescindere dalla profondità di campo che impiegate.
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  4. Luce e ombre
    Scelto il soggetto, considerate con molta attenzione la luce. Valutatene la direzione, analizzatene la qualità.
    Le zona in ombra sono fondamentali quanto le zone in luce. L’alternanza tra ombra e luce crea la tridimensionalità.
    Evitate la luce piatta, cercate i contrasti – che io personalmente prediligo. Componete con cura osservando come cade la luce sul volto.
    Non è vero che non si possano scattare ritratti in pieno sole, forse non è consigliato per tutti i soggetti, ma con la dovuta cura e con la voglia di gestire contrasti azzardati, la luce dura del sole a picco può contribuire a ritratti molto evocativi.
    Se decidete di avventurarvi in questa prova, scegliete con cura il soggetto. Il sole a picco sul volto è difficile da gestire, genera ombre dure sotto il mento, sotto il naso e sugli zigomi, enfatizza le rughe. Scegliete con estrema cura i vostri soggetti, non tutti si prestano ad essere ritratti in luce dura, evitate le donne, a meno che non siano anziane e vogliate enfatizzarne i caratteri somatici, evitate i bambini.
    Tutto cambia quando il sole si nasconde.
    In molti vi diranno che la luce migliore per eseguire ritratti in esterna è la luce morbida delle giornate nuvolose. Tutto vero, ma anche in questo caso mi permetto di consigliarvi di cercare sempre una posa che si avvalga di un certo contrasto.
    A differenza del sole pieno, la luce che filtra dalle nuvole è morbida e genera contrasti miti, dimostrandosi quasi sempre ideale per il ritratto.
    Non indugiate e munitevi di un piccolo flash portatile, può tornare utile per riempire o per creare quel contrasto che magari in natura non esiste. Se decidete di affidarvi al flash, fate in modo che sparisca, imparate cioè a miscelare con cura e attenzione il lampo del flash e la luce ambiente – ricordatevi: il diaframma controlla il flash, il tempo la luce ambiente – e non usatelo mai frontale e diretto.
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  5. Fondo pulito
    Se non state scattando un ritratto ambientato, beneficiate al massimo della minima profondità di campo. Mandate lo sfondo completamente fuori fuoco, rendetelo poco più di un suggerimento, di un accenno grafico a sostegno del volto ritratto.
    Allenate l’occhio a cercare fondi che non distraggano o che non fagocitino il soggetto.
    Allenate l’occhio a scorgere elementi di disturbo, di solito si nascondono ai bordi dell’inquadratura.
    Spostatevi di qualche passo a destra o a sinistra, abbassatevi di un poco o alzate il punto di inquadratura affinché non ci siano elementi di disturbo.

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5 trucchi per cogliere l’essenza di un luogo.

Una tempesta di sabbia ha reso la silohuette del Taj Mahal meno scontata

Una tempesta di sabbia ha reso la silohuette del Taj Mahal meno scontata

Quando viaggiamo, spesso, ci facciamo prendere dall’ansia di riuscire a cogliere, attraverso la macchina fotografica, l’essenza di un luogo.
Tranquillizzatevi, non è una cosa semplice, e spesso non è nemmeno una cosa che capita al primo colpo.
Molto dipende dal luogo, molto dipende dalla nostra personalissima definizione di essenza.
Ci sono luoghi che mostrano essenze diverse e, contemporaneamente, ne nascondono decine d’altre. Che senso ha porsi come obiettivo quello di cogliere l’essenza  di questi luoghi con una fotografia, è un compito vano, impossibile.
Fortunatamente però possiamo provare a scattare fotografie che contribuiscano a trasmettere le sensazioni che quei luoghi ci passano – questo non solo è possibile, ma dovrebbe essere il primo obiettivo che ogni fotografo di viaggi si dovrebbe porre.

Provo a raccogliere qualche consiglio pratico.

  1. Perdetevi
    Perdersi è l’essenza del viaggio, così una volta mi ha detto un giornalista americano in un bar di Kathmandu.
    Può essere, di certo, perdersi, aiuta fotografare un luogo molto meglio. Perdersi significa gironzolare senza una meta precisa, lasciarsi guidare dal luogo stesso.
    Una volta arrivati sul posto, non iniziate a scattare come piccoli robot, prendetevi del tempo per incontrare il luogo. Quanto tempo? Dipende da quanto ne avetea disposizione, dieci minuti, mezza giornata, due settimane… prendetevi tutto il tempo che potete, usatelo come camera di decompressione per la testa e per gli occhi e durante quel tempo (prezioso) alzate per bene le antenne della creatività.
  2. Rallentate
    Non c’è peggior nemico della buona fotrografia della fretta. La fretta uccide la creatività, uccide la precisione, uccide l’intenzione.
    Cercate di pianificare per tempo, in modo da non trovarvi incastrati in una routine massacrante.
    Cercate di dilatare i tempi ad ogni luogo che avete in predicato di visitare e fotografare.
    Solo rallentando riuscirete a crearvi la possibilità per evitare la trappola della cartolina.
  3. Il momento giusto
    Niente è fondamentale come trovarsi sul luogo al momento giusto.
    Ok, albe e tramonti sono un must, lo sappiamo ormai tutti, e sappiamo anche che è necessario farsi trovare pronti sul luogo con un certo anticipo, rispetto all’alba e al tramonto.
    Ma dovete andare oltre.  Fate ricerca, cercate di capire se esistono momenti salienti durante la giornata, se esistono giorni particolari durante la settimana o ricorrenze importanti. Perché quelli sono i momenti giusti.
    L’alba sul Gange a Varanasi, il tai-chi in gruppo alle sette del mattino sul Bund di Shanghai, il mercato dei dromedari a marzo a Jaisalmer, la festa di Holi a Varanasi.
    Questi sono gli appuntamenti importanti che si trasformano in momenti giusti e che hanno la forza di farvi catturare lo spirito del luogo.
  4. Quando il turista dorme e mangia
    Questo consiglio nasce da una certa pratica sul campo.
    Se volete catturare lo spirito di un luogo, ahimè, sarete costretti a saltare parecchie ore di sonno e molte cene.
    Il meglio di solito lo si immortala quando il turista medio dorme e mangia, che si traduce in levatacce prima dell’alba e cene fuori orario.
    Se viaggiate con un compagno o una compagna che non divide la vostra passione per la fotografia è bene cerchiate un accordo sulle tempistiche del viaggio, questo vi aiuterà a non litigare per colpa della fotografia.
  5. Vincete la pigrizia
    Capita che al cospetto di luoghi iconici, la pigrizia prenda il sopravvento.
    Perché fare fatica, quando l’ìnquadratura è già lì? Proprio perché è già  e lo è per voi, come lo è stata per molti altri prima di e come lo sarà per molti, molti altri dopo di voi. Il che significa che state per scattare l’ennesima foto identica a centinaia, migliaia di scatti fatti da altri.
    Vincete la pigrizia, andate oltre, cercata l’inquadratura alternativa, il taglio azzardato. Inserite un elemento umano, rendete i vostri scatti personali, aggiungete la vostra firma.

Il fascino indiano del bianco e nero: Raghu Rai

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Settantatre anni, una carriera da fotografo e fotoreporter lunga cinquant’anni, un numero di pubblicazioni di tutto rispetto, Raghu Rai è sicuramente il fotografo indiano più rappresentativo e più famoso.
Nel 1976, Henri Cartier-Bresson si accorse del talento dell’emergente fotografo del Punjab e lo ingaggiò nell’armata Magnum.

Per noi appassionati italiani, il talento dei Raghu Rai è pressoché sconosciuto – e questo è un peccato, considerando l’eccezionalità dei suoi lavori.

Per decenni, al lavoro di fotogiornalismo, Raghu Rai ha affiancato la pubblicazione di quasi venti libri dedicati all’India e alle sue numerosissime sfaccettature, coprendo anche situazioni eccezionali quali il disastro di Bhopal, i campi profughi tibetani del nord, i sikh del Punjab e Madre Teresa di Calcutta.

Nonostante il grosso del lavoro di Raghu Rai sia in bianco e nero,in alcuni degli ultimi progetti Rai si affida al digitale e al colore, per esprire il suo punto di vista sulla sua pa

Nel 1992 arriva finalmente la consacrazione internazionale ufficiale: Raghu Rai vince il premio di Miglior Fotografo dell’Anno.

Personalmente sono convinto che il lavoro di Raghu Rai rappresenti un grandissimo stimolo per chiunque fotografi e un ottimo spunto per coloro che si cimentano con la street photography e il fotogiornalismo.

Ecco alcuni link per conoscere meglio il lavoro di Raghu Rai:

raghurai.com

magnumphotos.com

La fotografia è una questione “personale”

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Sono appena tornato da un photo tour, durante il quale abbiamo attraversato parte del Rajasthan,per poi tornare verso Delhie e Varanasi.
Mi sono reso conto quanto la fotografia, soprattutto in viaggio, sia una questione personale.
Personali sono i motivi che ci spingono a scattare – e a non farlo. Personalissimi sono le abitudini che acquisiamo e che ci accompagnano di scatto in scatto. Personalissima è l’attrezzatura che scegliamo di portarci con noi.

Io personalmente NON viaggio leggero, tutt’altro mi porto tutto quello che penso potrebbe venirmi utile (almeno una volta) e  spesso mi accorgo di andarmi a cercare situazioni anche un po’ per giustificare quello che mi carico in spalla tutti i giorni.
Altri fotografi sono di diverso avviso e prediligono uno stile di viaggio molto light, un corpo e un obiettivo, ad esempio.
Due approcci agli antipodi, ma non per questo uno migliore dell’altro.

Quando si deve scegliere quali obiettivi mettere nello zaino, vale la pena fare mente locale e scegliere secondo la propria sensibilità e non secondo i diktat di questo o quel blog, di questo o quel fotografo.

Un consiglio che mi sento di dare è quello, nel caso decidiate di portarvi più obiettivi, di sperimentare lo stesso scatto attraverso focali diverse.
Provate a guardare attraverso i vostri obiettivi come se fosse la prima volta.
Montate un 24mm, scattate un ritratto ambientato e poi, se il soggetto ve lo consente, provate a scattare un secondo ritratto montando un 85mm o un 200mm.
Lasciate che sia la vostra sensibilità a scegliere, ma fate che questo accada soltanto a viaggio terminato, una volta a casa, con calma e obiettività.
Non state perdendo tempo! Non state scattando doppioni, state affinando la vostra sensibilità fotografica, state allargando gli orizzonti e confrontandovi con situazioni simili, ma di molto diverse e spesso, una volta in fase di editing, scoprirete che lo scatto che preferite è proprio quello alternativo, quello che non avreste fatto.

Un secondo consiglio che mi sento di dare è  questo: sedetevi prima di partire e, con il materiale che avete messo assieme durante le ore passate a fare ricerca (perché l’avete fatta, non è vero!?), buttate giù una lista di possibili situazioni che vi piacerebbe immortalare o che pensate vi troverete di fronte – ad es. ritratti, scene di mercato, panorami, monumenti, ecc…), per ognuna delle scene riportate indicate quale obiettivo meglio si adatta, secondo il vostro modo di scattare… una volta sul posto non vi troverete spiazzati.

Personalmente odio dover rinunciare ad uno scatto solo perché non ho l’attrezzatura con me, ed è per questo motivo che il mio zaino pesa oltre 10 chili – ho dentro un 14-24mm, un 24-70mm, un 70-300 e un 85mm fisso, oltre ad un flash, qualche radio comando e un piccolo bank.
So che molti di voi diranno che sono malato, ma questa è l’attrezzatura che mi fa sentire tranquillo in qualsiasi situazione e mi lascia la più ampia possibilità di scelta.
Di solito monto il 24-70,  perché è un buon inizio e perché mi regala quella flessibilità necessaria per partire col piede giusto ogni giorno,  ma cerco di non impigrirmi e non ci penso due volte a passare al grandangolo o al tele.
Quando la situazione è giusta, ecco che spunta l’85mm (a mio avviso il principe degli obiettivi fissi).

Questo per dirvi cosa?
Soprattutto che la fotografia è un affare MOLTO personale e come tale va trattato. Ascoltate i consigli di chi considerate meritevole, ma poi decidete secondo la vostra sensibilità. Anzi, alimentate la vostra sensibilità, contribuirà a creare e a consolidare il vostro stile.

Ritratti in viaggio: 8 consigli pratici

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La prima cosa a cui associo la fotografia di viaggio è… “volti interessanti”.
Lo so, avete ragione, non è né così immediato, né così naturale farlo, ma per me è quello che accade.
Viaggiare, con una macchina fotografica in mano, per me significa soprattutto volti.

Come possiamo migliorare la nostra tecnica di ritratto in viaggio?

  1. COMPOSIZIONE ACCURATA
    Cominciamo con il ricordare che il nostro soggetto è il nostro universo. Attorno a lui gira  tutta il nostro scatto.
    Che occupi il centro della scena, che sia sistemato al lato, il soggetto ritratto DEVE essere in grado di attirare tutta l’attenzione di chi guarderà lo scatto finito.
    Non significa che dovremo per forza posizionarlo accademicamente al centro della nostra inquadratura, ma, piuttosto, che dovremo sfruttare a dovere le regole della composizione affinché sia chiaro cosa vogliamo che la gente guardi.
    Possiamo anche esplorare aspetti compositivi azzardati, ma non dobbiamo dimenticare che qualsiasi regola andremo a scegliere, dovrà aiutare chi guarda il nostro ritratto, aiutarlo a muoversi con certezza nello spazio dell’inquadratura.
  2. ATTENZIONE ALLO SFONDO
    Un grande ritratto non nasce soltanto dalla peculiarità del soggetto, nasce soprattutto dall’attenzione che mettiamo nello scegliere lo sfondo adatto.
    Non è necessario avere sempre una parete uniforme a portata di mano, bisogna però prestare molta attenzione ad elementi dello sfondo che potrebbero interferire con il soggetto ritratto.
    Se un volto singolare contribuisce alla riuscita di un buon ritratto, uno sfondo sbagliato ha il potere di ammazzare qualsiasi ragazza afghana dagli occhi verdi.
    Valutiamo con molta attenzione il colore dello sfondo, la sua prominenza rispetto al soggetto in primo piano, la presenza di eventuali elementi estranei. Spesso basta spostarsi di pochi passi per ottenere sfondi puliti e scatti più incisivi.
  3. PUNTO DI RIPRESA
    Il punto di ripresa non è una scelta da lasciare al caso. Nella fotografia, il punto di ripresa detta il tono, molto spesso.
    Ci abbassiamo e il nostro soggetto incombe  sullo scatto da una posizione predominante, dando vita al ritratto di una persona sicura, in comando, autoritaria o comunque con una certa influenza su chi guarda.
    Alziamoci, e sarà come ridurre la distanza ipotetica tra soggetto ritratto e chi guarda, sarà come rendere più accessibile il nostro soggetto, renderlo più amichevole.
    Anche la distanza, soprattutto se molto ridotta, importa una variabile semantica che si traduce con estrema intimità – a volte anche ai limiti del fastidioso.
    Impariamoci a muoverci attorno al nostro soggetto, a non accontentarci di uno scatto ad altezza occhi, perfettamente perpendicolare al terreno. Sperimentiamo, azzardiamo. Alto, basso, vicino, molto vicino, lontano. Vedremo come cambia il messaggio trasmesso dal nostro scatto in relazione al punto di ripresa che abbiamo scelto.
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  4. TUTTO A FUOCO, POCO A FUOCO
    I puristi del ritratto sceglieranno di sicuro la seconda alternativa: POCO A FUOCO – f. molto aperti e via andare.
    Non mi ritengo un purista, ma mi rendo conto che nell’80% dei mie ritratti propendo per una profondità di campo molto ridotta, per fare in modo che il mio soggetto spicchi più facilmente.
    La tecnica del tutto a fuoco è però una validissima alternativa, soprattutto in viaggio, dove la maggior parte dei nostri ritratti saranno ritratti ambientati. Attenzione però, se scegliamo di scattare con diaframmi chiusi e allargare la profondità di campo, dobbiamo porre molta attenzione a quello che includiamo nella nostra inquadratura, il rischio è portarsi a casa uno scatto troppo carico di dettagli e quindi molto confuso.
    L’ambiente inquadrato, i dettagli presenti nell’inquadratura, contribuiscono a costruire una solida infrastruttura semantica,  in grado di collocare perfettamente il soggetto ritratto all’interno del suo mondo (fisico) e all’interno dello spazio mentale di chi guarda da subito. Il  tutto a fuoco è però un viatico insidioso, che richiede maggior attenzione ai dettagli e maggior cura della composizione.
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  5. LUNGHEZZA FOCALE
    Ancora una volta, i puristi del ritratto non avranno dubbi: la focale designata non può che essere un’85mm (su reflex FX – che si traduce con un 55mm su una DX). Vero, un 85mm, soprattutto se ad ottica fissa (prime lens) offre le miglior proporzioni per un volto ritratto a circa due metri distanza.
    Ma ancora una volta consiglio di provare a giocare con le focali.
    Usando un medio tele (120/200mm) possiamo ottenere uno sfocato piuttosto accattivante – anche se il bokeh offerto da uno zoom 70/200 non raggiunge i livelli di qualità di un 85mm). Purtroppo un medio tele ci costringe ad arretrare di qualche passo – con un 200mm saremo spesso costretti a scattare ad almeno 3 metri dal  nostro soggetto – e questo non aiuta a sviluppare la giusta intimità tra fotografo e soggetto.
    Sperimentiamo anche con un moderato grandangolo, magari giocando con la prospettiva e il punto di ripresa.
    Il grandangolo offre una profondità di campo molto vasta e un angolo di ripresa utile per riprendere molto dell’ambiente che circonda il soggetto ritratto. Due caratteristiche da enfatizzare, se abbiamo oprato questa scelta poco ortodossa per i ritratti. Con il grandangolo siamo costretti ad avvicinarci molto al nostro soggetto e spesso la cosa non è bene sopportata, anzi molti la vivono come piuttosto fastidiosa, cerchiamo di essere rapidi. Usiamo il grandangolo quando siamo certi che l’ambiente offra quel plus che ci aiuta a meglio cristallizzare il mondo del nostro soggetto e non dimentichiamo che gli obiettivi di piccola focale introducono distorsioni prospettiche significative – a meno che non si stia realizzando una sorta di caricatura, nessun ritratto risulta piacevole da guardare se mostra testoni oblunghi in primo piano e figure umane ridotte a  fiammiferi ambulanti. Il grandangolo però può aiutarci a porre molta enfasi su dettagli in primo piano – le mani ad esempio – che ci servono poi per guidare l’occhio di chi guarda verso il volto.
  6. FILTRI NATURALI, CORNICI E VIGNETTE
    … e potrei proseguire nell’elenco, ad esempio aggiungendo vetrine, finestre, specchi…
    Cerchiamo alternative suggestive alla pulizia estrema. Proviamo a scattare attraverso una finestra impolverata o bagnata dalla pioggia, proviamo a scattare attraverso vetri rotti, foglie sfocate in primo piano. Proviamo a scattare puntando in uno specchio o in una pozzanghera. Sperimentiamo!
    Ricordiamoci sempre però che cornici, vignette, specchi, finestre, eccetera sono soltanto strumenti compositivi che devono servire ad esaltare il soggetto ritratto, non lo devono sostituire.
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  7. L’AMBIENTE PARLA
    Eccome se parla! In realtà spesso l’ambiente urla. Intercettiamo immediatamente il tono di voce dell’ambiente e chiediamoci se è adatto allo scatto che stiamo cercando di portare a casa.
    Quando è possibile interveniamo… bando alle remore, se quella lampada non ci convince, spostiamola, togliamola dall’inquadratura. Riduciamo tutto ciò che può confondere e tutto ciò che può soffocare il nostro soggetto.
    Gli oggetti parlano e noi dobbiamo fare in modo che dicano le stesse cose che  dice  il nostro soggetto ritratto.
    Se non siamo convinti, pensiamo ad un’alternativa – rapidamente, però.
    Non tutti gli oggetti che includiamo nell’inquadratura devono avere la stessa preminenza, io personalmente quando mi è permesso, ne scelgo pochi, tutti però devono sostenere il ritratto, farlo emergere e non soffocarlo. Tra gli oggetti scelti, decidiamo quali hanno una valenza principale per il nostro soggetto – o per il ritratto che intendiamo scattare – e usiamoli cum grano salis, affidandoci ancora una volta alle regole della composizione.
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  8. LUCE E OMBRA
    Senza luce non esiste fotografia. La luce è il nostro elemento principe, anche più importante del soggetto che ritrarremo.
    Una volta scelto soggetto e individuato il luogo, poniamo molta attenzione alla luce che abbiamo a disposizione.
    Studiamone la direzione e l’intensità, la qualità.
    La luce contribuisce al tono di voce del nostro ritratto. Vi diranno che la luce dura non va bene per i ritratti… cazzata! La luce dura contribuisce a creare una particolare atmosfera, la separazione netta delle aree illuminate dalle ombre porta con sé un messaggio e un linguaggio – di certo non particolarmente adatti per una sposa o per un bimbo, ma probabilmente perfetti per molte altre situazioni.
    Personalmente adoro la luce drammatica, anche per i ritratti. Quando mi è possibile posiziono i miei soggetti in modo che la luce non li illumini mai completamente, uso le ombre per ottenere maggior drammaticità e tridimensionalità – per questo sono un fanatico della luce molto direzionale.
    La luce non è bianca, la luce prende la dominante cromatica delle superfici sulle quali rimbalza. Sfruttiamo anche questa caratteristica. La luce può essere fredda o calda, nel dubbio, per un ritratto è meglio la seconda, ma a volte è interessante anche infrangere questa regola pratica.
    Cerchiamo sempre di sfruttare al massimo la luce che abbiamo a disposizione, affidiamoci ad un flash solo per migliorare quello che la natura ci offre.
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Chissà, magari ora, dopo 1390 parole, qualcuno di voi comincerà ad associare la fotografia di viaggio al ritratto…
Qualche anno fa, in un bar di Kathmandu, un fotografo americano, guardando alcune delle mie foto che avevo appena scattato in Tibet, mi disse: “Vedi, i panorami li possono scattare tutti e anche gli edifici. E se puoi passare tanto tempo in un dato posto, può darsi che ne scatti anche di davvero belli. Ma un ritratto, questo ritratto…” – e mi indicò il ritratto di una vecchia che avevo scattato a Lhasa – “… questo ritratto lo puoi avere fatto soltanto tu, anche se a scattare in quel momento foste stati in dieci.”
Mi colpì e non poco.

 

Il “flusso di lavoro” in viaggio

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Se avessi perso questo scatto fatto all’interno del souk di Rissani, Marocco, non me lo sarei perdonato. Sono certo che sarei potuto appostarmi davanti a quel bancone per giorni interi e aspettare, senza avere la certezza di ottenere lo stesso scatto. Ogni scatto è unico.

 

Quanto vale una foto? Ma soprattutto, quanto vale una foto persa per sempre?
Quando viaggiamo, non possiamo permetterci di perdere nessuna fotografia, perché difficilmente avremo la possibilità di riscattarla, per questo, soprattutto in viaggio, il flusso di lavoro – il modo cioè nel quale organizziamo il back-up delle nostre immagini – deve essere organizzato ed affidabile. In viaggio, non possiamo permetterci di perdere nessuna delle foto che abbiamo scattato.

Il nostro flusso di lavoro in viaggio è pesantemente influenzato dalla quantità di attrezzatura con la quale decidiamo di viaggiare e dal mezzo di trasporto principale che abbiamo scelto per muoverci.
In un viaggio in macchina, il mio consiglio personale è quello di portarsi sempre un computer portatile, dal momento che non ci sono grandi restrizioni di bagaglio se non la capienza del bagagliaio.
Già affrontando uno o più spostamenti in aereo, la possibilità di avere tutta la nostra attrezzatura con noi svanisce.
Si tenga poi in considerazione quale sarà il mezzo di spostamento principale – ad esempio, se affrontate un trekking nell’Himalaya, dove tutto viene portato a spalla, sarete costretti a sfoltire la vostra lista di giocattoli.

Nel migliore dei casi, io mi porto il mio MacBook Air, è compatto, ha una buona autonomia di batteria e mi dà la possibilità di intervenire sugli scatti direttamente sul posto, magari la sera stessa. Come secondo dispositivo di backup uso un piccolo hard disk esterno da 500 GB che si alimenta attraverso la porta USB del Mac.
Mi porto una batteria di 10 card CF da 16 GB, che formatto prima di partire soltanto dopo essermi assicurato che tutte le immagini che contenevano erano effettivamente da cancellare, perché o superate o già copiate. Io scatto in RAW+JPG (che significa che per ogni scatto la macchina produce un RAW e un JPG di backup) e salvo i file RAW (principali) sulle card CF e i JPG (che sono un ottimo back-up on-the-fly) sulle piccole SD.
Non amo utilizzare schede CF estremamente capienti perché ho troppa paura che si possano corrompere ed in quel malaugurato caso direi addio a troppi scatti (dei quali comunque resterebbero i JPG).
Solitamente si può scegliere tra tre taglie di file per i JPG di copia (S, M e L, proprio come la Coca da McDonald’s…), io scelgo L, magari perderò in quantità di scatti che posso memorizzare per card, ma nel caso di un errore sulla card CF principale, avrei comunque immagini JPG di copia dalle dimensioni importanti ed utilizzabili.

IL SEGRETO PER EVITARE DI PERDERE IMMAGINI È NEL RIGORE DEL METODO DI BACK-UP CHE IMPIEGHIAMO!

Ecco un piccolo trucco pratico: formattate le card direttamente nella macchina fotografica, è molto più sicuro che farlo dal computer.
Altro consiglio: scegliete card di marca! Io scelgo soltanto Lexar o SanDisk e non corro dietro agli ultimi modelli super veloci, preferisco trasferimenti più lenti, ma più sicuri, lascio la velocità a chi fa filmati.
Portatevi un numero di card sufficiente a coprire l’intero viaggio (ed esagerate se potete, ormai il costo delle card è abbordabile) ed evitate di cancellare le schede, anche una volta scaricate le immagini sul computer.

Non è necessario che copiate il mio modo di lavorare, ma è INDISPENSABILE che ve ne creiate uno vostro e che non partiate come degli sprovveduti.

Io faccio così…

  • Se ho con me il mac, ogni sera scarico le foto scattate durante il giorno in una cartella con la data e copio la cartella sull’hard disk esterno – così ho tre copie delle stesse foto su tre dispositivi diversi.
    Se dovete usare un lettore di card USB (ad esempio il mio mac legge direttamente le SD, ma non le CF), non lesinate e scegliete marche conosciute (io ancor una volta consiglio Lexar, producono un lettore USB molto compatto e robusto, che legge tutti i formati in commercio ed è estremamente affidabile).
  • Se non ho con me il mac, cerco almeno di portare un disco esterno dedicato, per intenderci uno di quei modelli che accettano in ingresso, attraverso slot appositi, le card fotografiche.
    In commercio ce ne sono di modelli diversi e con prezzi diversi – ad esempio, il Passport Wireless della Western Digital, con prezzi diversi a seconda del taglio e che vanno dai 100€ ai 250€ circa.
    Sto testando la possibilità di lavorare con un tablet, ma le app dedicate sono ancora piuttosto instabili e, ad esempio gli iPad, mostrano enormi limitazioni di dispositivi e file che accettano in ingresso.
  • Se non ho la possibilità di usare né un computer, né un disco rigido esterno dedicato, faccio in modo di avere un numero sufficiente di schede. Le sostituitele quando sono piene (se ne ho in abbondanza, le sostituisco ogni sera, anche se non complete) e NON LE CANCELLO MAI – fino almeno al rientro.
    Avendo solo card, È NECESSARIO PRESTARE MOLTA ATTENZIONE QUANDO LE SOSTITUIAMO, capita più spesso di quanto crediate di sovrascrivere una card usata nei giorni precedenti e di dire addio per sempre a scatti irripetibili.
    In questo caso, più che mai, È FONDAMENTALE STABILIREE UN METODO!Ad esempio questo è il mio:

    • tolgo la scheda piena
    • la spunto con un segno di matita
    • prima di cercare una nuova card, ripongo la card piena in un posto che ho prestabilito – una certa tasca della borsa, un sacchetto di plastica, ecc.
    • tengo tutte le schede usate nello stesso posto, ben separato da dove tengo le card vergini
    • solo dopo aver archiviato la card usata, estraggo la nuova scheda e la inserisco nella macchina
    • controllo nel visore l’eventuale contenuto – la scheda di norma non dovrebbe contenere immagini – e se mai la formattoPuò sembrare banale, ma l’errore è sempre in agguato e non vi perdonereste mai di aver perso una giornata di scatti soltanto per essere stati un po’ distratti nel sostituire le card o poco attenti nel riporle.

Bene, ora sta a voi.
Pensate alla meta del vostro viaggio, alla ruvidità degli spostamenti, alle restrizioni imposte al bagaglio, alla disponibilità di energia elettrica – è perfettamente inutile viaggiare con chili e chili di attrezzatura che necessità di corrente elettrica, quando per la maggior parte del tempo vi sposterete in luoghi che ne sono sprovvisti, soprattutto se la durata del viaggio supera la durata media di una carica – documentatevi con un certo anticipo e se mai dotatevi di un pannello solare portatile, parlo per esperienza, in un trekking nel Mustang, tra Nepal e Tibet, è stata la mia salvezza. Ormai non costano più molto e sono decisamente più performanti di una decina di anni fa.

Qualunque sia la meta, qualunque sia il coinvolgimento con la fotografia, cercate di non perdervi per strada momenti che non sarete più in grado di scattare, solo perché siete stati pigri, disattenti o maldestri.

 

 

 

 

5 trucchi per ottenere il massimo da un viaggio fotografico

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Piazza Jama El Fna di sera. Irrinunciabile per chi vuole raccontare Marrakech. Pianificare ora e punto di ripresa evita delusioni.

 

Si avvicinano le vacanze estive, che, per il fotografo amatoriale, molto spesso significano l’unico periodo dell’anno durante il quale dedicarsi anima e corpo alla fotografia.
Voglio provare ad elencare cinque trucchi pratici, presi in prestito dal mondo della fotografia professionale, affinché il vostro prossimo viaggio possa trasformarsi in un discreto successo fotografico – naturalmente tutto rapportato alle proprie capacità tecniche e alla meta scelta.

Al di là delle capacità personali, dell’attrezzatura e della dedizione, uno degli spartiacque tra professionista e fotografo amatoriale (tolto ovviamente l’aspetto economico) è dato dalla casualità.

Il professionista NON può lasciare che sia il caso a governare il suo progetto fotografico, soprattutto se prevede spostamenti, costi di produzioni e il coinvolgimento di altri professionisti, durante e dopo l’esecuzione.
Se un fotografo viene pagato per raccontare la transumanza in Camargue, deve tornare a casa con una storia per immagini che faccia esattamente quello per cui è stato incaricato e lo deve fare nei tempi e nei costi previsti – salvo naturalmente cause di forza maggiore.
Questo lo costringe ad un minuzioso lavoro di programmazione, aspetto del tutto ignorato – solitamente – da chi invece fotografo soltanto per piacere.

La sfida di questo post è racchiusa tutta in questa parola: programmazione.

Impariamo a programmare i nostri viaggi fotografici, come se trattasse di veri e propri assignment – per dirla con un filo di spocchia…

Pensiamo al nostro viaggio come ad un progetto e prepariamolo con cura. Facciamo quello che fanno i professionisti, creiamo quella che in gergo si chiama shot list.

  1. Documentiamoci
    È quasi più difficile non farlo al giorno d’oggi. Guide, associazioni fotografiche, amici, conoscenti, ma soprattutto internet.
    Raccogliamo quante più immagini possiamo dei luoghi che andremo a visitare. Cerchiamo di approfondire la nostra conoscenza della storia, delle tradizioni, della religione delle mete che fotograferemo.
  2. Facciamo un elenco delle foto irrinunciabili
    Elenchiamo quelle tre/quattro immagini alle quali non siamo disposti a rinunciare – ad esempio il Taj Mahal ad Agra, il Brooklyn Bridge o l’Empire State Building a New York, il Tower Bridge a Londra.
    Non devono essere necessariamente icone o luoghi comuni. Siamo noi a decidere il grado di irrinunciabilità.
    Pianifichiamo le foto in base all’itinerario del nostro viaggio e il contrario soltanto se lo scopo del viaggio è la fotografia, questo approccio ha il merito di ridurre gli attriti con chi viaggia con noi.
    Abituiamoci a buttar giù liste di questo genere:VARANASI, India
    Ghat dalla barca all’alba
    Ghat al tramonto (barca?)
    Vicoli città vecchia
    Volti saddhu
    Puja mattutina (dettagli e ritratti)
    Golden Temple.
    Asi Ghat
    Dashswashamed Ghat
    Man Mandir Ghat
    Gente per strada
  3. Pianifichiamo gli scatti irrinunciabili
    Decidiamo prima di partire quale momento della giornata è più propizio per scattare ognuna delle foto che abbiamo elencato come irrinunciabili.
    Annotiamolo su un calendario, ci aiuterà ad ottimizzare tempi e spostamenti e ad evitare conflitti
    Ad esempio:
    Primo giorno
    Alba – Taj Mahal
    Tramonto – Red Fort
    Pomeriggio – Tintura della seta
    e così via.
    È inutile arrivare di buon mattino se ciò che ci interessa lo scatteremo appena dopo il tramonto.
    Aiutiamoci con la tecnologia. Esistono app in grado di visualizzare posizione e altezza del sole per qualsiasi luogo della terra, in qualsiasi giorno e ora dell’anno. Usiamole per limitare la casualità al minimo. Se voglio fotografare lo skyline di New York al tramonto è meglio farlo dal New Jersey, che non da Brooklyn, mentre l’alba è più interessante da Brooklyn e dal Queens – è soltanto una questione di astronomia e di geografia, ma è molto molto semplice venirne a capo.
    Se non viaggiamo da soli, informiamo con un certo anticipo i nostri compagni di viaggio circa le nostre intenzioni.
    Fotografare richiede un pizzico di sacrificio e spesso levatacce, comporta noiose attese che chi non fotografa non può comprendere e giustificare. Teniamone conto, se non siamo in viaggio da soli,
  4. Visualizziamo gli scatti
    Cerchiamo di immaginarci come pensiamo di scattare, ci aiuterà nel scegliere l’attrezzatura da portare per realizzare ciò che abbiamo in testa.
  5. Prendiamo in considerazione la logistica
    Fotografare non significa soltanto inquadrare, comporre e scattare. Significa anche trovarsi al momento ideale nel luogo prescelto, con le giuste condizioni di luce (ci si augura) e nel punto migliore di ripresa.
    Per fare questo bisogna farsi carico dell’aspetto logistico con un certo anticipo, che significa calcolare con una discreta precisione i tempi di spostamento, tenendo presente, ad esempio, che per scattare all’alba è consigliabile farsi trovare sul posto una buona mezz’ora prima che sorga il sole, tenendo presente le possibilità effettive  dei mezzi di trasporta a disposizione.

Questo non significa incasellare tutto in un ordine prestabilito e rinunciare a tutto ciò che non siamo in grado di controllare.
Lasciamoci sorprendere dal caso e cerchiamo di trarne il massimo, fotograficamente parlando.
Ma cerchiamo anche di evitare di gironzolare spaesati, senza meta, alla ricerca di qualche cosa che non si palesa, soltanto perché siamo arrivati impreparati.
Usiamo la testa per evitare delusioni e non per ingabbiare la creatività.