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Vivian Maier: il fascino misterioso della fotografa bambinaia

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Sono contento, e al tempo stesso un po’ spaventato, dall’enorme successo di pubblico e mediatico che sta avendo la mostra di Milano dedicata a Vivian Maier e alla sua fotografia.

La Maier, per molti sconosciuta fino a pochi mesi fa, offre un lavoro di grandissima qualità che abbraccia circa 30 anni, dai primi anni Cinquanta, fino agli ultimi scatti degli anni Settanta.

Leggo che il successo di questa fotografa è in parte dovuto al mistero che avvolge la sua vita e all’eccentrica combinazione di bambinaia e di fotografa; personalmente credo che il successo della Maier sia tutto nelle sue fotografie, spesso ruvide, ma sempre molto evocative.

Vivian Maier scattò gran parte del suo lavoro a Chicago e a New York, lungo le strade dei quartieri che frequentava e conosceva molto bene e, sempre secondo una personalissima analisi, gran parte del fascino che è proprio degli scatti della fotografa nata nel Bronx a metà degli anni Venti, è proprio in questa caratteristica: Vivian Maier conosceva profondamente ciò che immortalava.

La mostra a lei dedicata – “Vivian Maier: una fotografa ritrovata” – è molto ben organizzata e invito chiunque ami la fotografia e abbia modo di essere a Milano, di andarla a vedere.
“(…) Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul  nostro presente (…), scrive Marvin Heiferman nel testo che accompagna il catalogo ufficiale della Contrasto. Sono completamente d’accordo. Di fronte agli scorci di vita da strada della New York degli anni Cinquanta o Sessanta proposti dagli scatti di Vivian Maier, sembra di essere al cospetto di immagini scattate qualche anno fa, o addirittura ieri, se non fosse per gli abiti.

Chiunque fotografi, chiunque si diletti di street photography, chiunque ami la fotografia DOVREBBE fare un salto allo Spazio Forma e omaggiare questa grande sconosciuta giustamente ritrovata.

Uscendo dalla mostra, contento e appagato, per una volta tanto, sono stato però raggiunto da una paura: spero soltanto che i molti che si sono avvicendati per vedere la Maier, colti da una folgorazione fin troppo repentina e superficiale, non escano domani e comincino a scattare in strada a caso, pensando di fare street photography. Purtroppo, il rischio c’è, perché è molto sottile la differenza tra gli scatti d’autore in mostra e gli scatti casuali di molti di noi.
Nulla, nelle fotografia di Vivian Maier, è casuale. Tutto racconta. Questo dovrebbe indicarci un distinguo e trattenerci dal puntare le nostre reflex a caso. Vivian Maier conosceva profondamente le strade che fotografava, le viveva, ci lavorava. Questo dovrebbe aiutarci ancora di più: non si può fare street photography senza essere locali.

VIVIAN MAIER: Una fotografa ritrovata
Fondazione Forma
Via Meravigli 5  – Milano
Fino al 31 gennaio
clicca qui per maggiori informazioni

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Il fascino indiano del bianco e nero: Raghu Rai

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Settantatre anni, una carriera da fotografo e fotoreporter lunga cinquant’anni, un numero di pubblicazioni di tutto rispetto, Raghu Rai è sicuramente il fotografo indiano più rappresentativo e più famoso.
Nel 1976, Henri Cartier-Bresson si accorse del talento dell’emergente fotografo del Punjab e lo ingaggiò nell’armata Magnum.

Per noi appassionati italiani, il talento dei Raghu Rai è pressoché sconosciuto – e questo è un peccato, considerando l’eccezionalità dei suoi lavori.

Per decenni, al lavoro di fotogiornalismo, Raghu Rai ha affiancato la pubblicazione di quasi venti libri dedicati all’India e alle sue numerosissime sfaccettature, coprendo anche situazioni eccezionali quali il disastro di Bhopal, i campi profughi tibetani del nord, i sikh del Punjab e Madre Teresa di Calcutta.

Nonostante il grosso del lavoro di Raghu Rai sia in bianco e nero,in alcuni degli ultimi progetti Rai si affida al digitale e al colore, per esprire il suo punto di vista sulla sua pa

Nel 1992 arriva finalmente la consacrazione internazionale ufficiale: Raghu Rai vince il premio di Miglior Fotografo dell’Anno.

Personalmente sono convinto che il lavoro di Raghu Rai rappresenti un grandissimo stimolo per chiunque fotografi e un ottimo spunto per coloro che si cimentano con la street photography e il fotogiornalismo.

Ecco alcuni link per conoscere meglio il lavoro di Raghu Rai:

raghurai.com

magnumphotos.com

5 trucchi pratici per ritratti migliori

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Non è un segreto, amo la fotografia di ritratto e appena posso viaggio. Le due cose, quando si combinano, danno vita al mio nirvana fotografico. Forse qualcuno di voi nutre i miei stessi gusti, se sì, spero che questo post possa aiutarvi a migliorare.

Ecco 5 trucchi pratici che possono tornare utili quando siete in viaggio e volete dedicarvi al ritratto.

  1. Portate sempre un flash con voi
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    Con il rischio di risultare pedante – e pesante – lo ripeto all’infinito, come un mantra.
    Fate sempre un po’ di spazio nella vostra borsa per un piccolo flash. Farà la differenza in molte occasioni, soprattutto nel caso decidiate di darvi alla fotografia di ritratto.
    Non usatelo mai direttamente – a meno che non si tratti di un puro lampo di schiarita.
    Miscelatelo sempre con la luce ambiente a disposizione, per questo fate attenzione alla coppia tempo/diaframma che scegliete. Il tempo regola la quantità di luce ambiente che entrerà nello scatto e il diaframma la luce flash, evitate che la luce flash faccia sembrare i vostri soggetti dei plasticoni.
    La presenza del flash NON si deve praticamente cogliere, deve aiutare la luce ambiente, ma non soverchiarla, a meno che non siate alle prese con scatti particolarmente creativi.
    Il colpo di flash deve aiutare a staccare il soggetto dallo sfondo, non deve essere protagonista.
    Fate in modo di conoscere le funzioni principali – almeno – del vostro flash e studiate diligentemente la teoria della fotografia flash. Non lasciatevi intimorire, quel poco coraggio che serve per affrontarla vi garantirà risultati superiori alla media… dei vostri amici più pigri.
  2. Abbinate il soggetto alla location
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    Scegliete con cura dove scattare. Giocate d’anticipo, pensate prima di mettere in posa il soggetto.
    Se non si tratta di un assignment, ma di un ritratto al volo, fate mente locale subito e fatelo in fretta.
    Dove scattate il vostro soggetto vale quasi quanto la posa che gli chiederete di assumere.
    Il luogo, l’ambiente, racconta molto e aiuta ad inquadrare meglio il vostro soggetto e lo fotografia che andrete a realizzare.
    Abbinate con cura soggetto e location. Se la location rischia di essere un luogo comune, cercate di sfruttarla in modo creativo o, se il soggetto si presta, puntate su una posa particolare.
    È scontato aspettarsi Emanuele Canaparo, produttore di nocciole delle Langhe, ritratto tra le nocciole, ma lo è meno vederlo letteralmente galleggiare su un mare di nocciole.
  3. Cogliete l’attimo
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    Scattare una foto significa congelare un attimo. Un ritratto risulterà ancora più eloquente se riuscirete a cogliere un gesto particolare, spontaneo. Per questo, fateli muovere. Non è necessario che si mettano a ballare il tip-tap, ma anche semplicemente muovendo le mani o le braccia, riuscirete a soffiar via quella patina di imbarazzo che molto spesso si coglie in modo fin troppo evidente nei ritratti posati. Ma non insistete. Se muoversi non è nelle corde dei vostri soggetti, non insistete, o creerete maggior danno, facendo salire l’imbarazzo alle stelle.
    Spesso anche soltanto i piccoli movimenti delle mani o quell’espressione particolare possono fare la differenza. Siate pronti a coglierla, non è replicabile il più delle volte e quasi sempre dura il tempo di un click.
    Nella foto, che amo particolarmente, Anna Vizziello, concertista classica, ha rotto la posa per colpa – o merito – di una zanzara. Se non fossi stato pronto, lo scatto non esisterebbe e credo che la zanzare abbia saputo regalare all’amica Anna una spontaneità incredibile.
  4. Vicino e lontano. Dentro e fuori.
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    Dentro e fuori. È un modo di dire che credo spieghi bene la questione.
    Dentro, nel senso di ravvicinato, nel senso di primo piano, di dettaglio.
    Fuori, nel senso di più lontano, con più aria attorno, con più ambiente.
    È un’ottima regola, anche per chi scatta ritratti – soprattutto per chi scatta ritratti: gli regala varietà e possibilità di sottolineare aspetti del soggetto che un taglio accademico non sempre è in grado di garantire.
    Scattate primi piani. Scattate primissimi piani. Andate oltre, scattate dettagli.  Dentro.
    Perché anche il dettaglio parla, soprattutto le mani.
    Ma poi allontanatevi e dedicatevi alla figura intera e poi allargate ancora e includete  un po’ di ambiente.  Fuori.
    Siate vari, i ritratti non sono soltanto scatti testa/spalle.
  5. La luce migliore è fatta di ombre
    Andrea Paternoster, proprietario di Mieli Thun. Ritratto tra le sue arnie in Trentino, per un libro fotografico che raccoglieva eccellenza enogastroniche italiane

    Amo questo controsenso e ne sono assolutamente convinto.
    La luce migliore – quanto meno per come la vedo io – è quella che porta ombre, anche importanti, anche nette, perché no.
    Sperimentatela nei vostri ritratti.
    Cercate le ombre, sottolineatele, usatele per definire ed esaltare la tridimensionalità
    È chiaramente una questione di gusto. Io personalmente preferisco i ritratti contrastati ai ritratti morbidi, molti non la penseranno come me, ma alla fine questo blog lo tengo io – ah ah ah!
    Fate un esercizio mentale, prima di scattare, provate a pensare a come Caravaggio avrebbe illuminato il vostro soggetto, provate ad immaginare a come lo avrebbe illuminato Rembrandt – sì, avete letto bene, ho scritto Caravaggio e Rembrandt, non Steve McCurry, Caravaggio e Rembrandt, due maestri nell’uso della luce. Sono più che convinto che se proverete  ad usare la luce come Caravaggio o Rembrandt, alla fine vi verranno scatti molto vicini al linguaggio fotografico di McCurry (!) e di altri mostri sacri della fotografia moderna.
    Se la luce che state utilizzando non è troppo diffusa ha una sua direzione precisa. Individuatela! Cercate da dove arriva la luce e studiate come cadono le ombre, sul volto del vostro soggetto, sull’ambiente. Sfruttatela.
    La luce è magia: sfruttatela, ed è gratis, tra l’altro.

Forse a qualcuno di voi potrà sembrare un elenco ovvio, anche un filo banale – spero non a molti, altrimenti devo prendere seriamente in considerazione l’idea di chiudere il blog. Per coloro che invece non pensano si tratti di banalità, oltre alla mia gratitudine, va un ultimo consiglio: cercate il vostro stile personale.

Phototour possibili: Siena e dintorni

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Come non pensare alla zona circostante Siena?
Non si può.
Ed ecco un phototour possibile.

Basta un weekend lungo, ad esempio da giovedì a domenica, per immortalare una delle zone più belle d’Italia.
Sto parlando di quell’area di Toscana a sud di Firenze, tra Siena – appunto – e il mar Tirreno.

Gli amanti della fotografia di paesaggio non possono non pagar pegno a questa zona incantevole d’Italia. Colline dal profilo dolce si alternano a piane, borghi medievali fanno a gara ad attirare l’attenzione di chi attraversa la zona.

A Siena.
Siena, di per sé, vale la pena della trasferta.
Preparatevi a condividerla con un esercito di turisti più o meno tutto l’anno – in particolar modo attorno a ferragosto quando si tiene il famoso palio omonimo. Questo non deve però farvi gettare la spugna, ma deve invece spronarvi a cercare nuove inquadature e scatti più nostri.

Siena è conosciuta in tutto il mondo per il patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Il centro è un’opera d’arte a cielo aperto e la maggior parte degli scorci fotografici li troveremo circoscritti al suo interno.
Prepariamoci a camminare, perché gran parte delle cose da vedere si trovano all’interno del centro storico in aree a traffico limitato o isole pedonali.
Piazza del Campo non può mancare. Centralissima sede del palio, simbolo della città con la Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico. Neppure il Duomo, a pochi passi dalla piazza, può mancare, con il suo stile romanico gotico, così comune nella Toscana medievale.
GIrovagando senza meta per i vicoli del centro storico, non mancheranno gli spunti fotografici interessanti.

Fuori Siena.
Monteriggioni non può mancare dalla nostra lista.
Monteriggioni è una cittadina minuscola ad una ventina di chilometri da Siena, famossa per le mura che la cingono e per il profilo che queste mura conferiscono al paese.
La campagna attorno a Monteriggioni pare un dipinto, tanto è bella e suggestiva. Calda e bruciata in estate, rigogliosa in primavera, di un fascino particolare anche in inverno, sembra invitare il fotografo a fermarsi e a puntare il suo grandangolo sulla piana che si stende ai suoi piedi.

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A nord di Monteriggioni, uno degli ultimi paese della valle del Chianti, Castellina in Chianti, e se ci arrivate da Monteriggioni, vi consiglio di farlo prendendo la SP 51 da Castellina Scalo, vi troverete nel cuore tipico della Toscana, con a disposizione un panorama mozzafiato.

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Volterra è un’altra meta interessante. Più piccola di Siena, più raccolta, ma altrettanto bella da visitare  e, naturalmente, fotografare. Interessante anche tutta l’industria che ruota attorno alla lavorazione dell’alabastro – per un fotografo volenteroso, si apre una bellissima storia, che va dalla produzione, alla vendita di manufatti in alabastro, passando per la lavorazione.
Scendendo poi verso il mare, verso ovest, si può fare una capatina ad una delle spiagge più singolari del litorale toscano, le Spiagge Bianche di Rosignano Solvay, dove gli scarichi – innocui – della vicina Solvay, colorano le acqe di un turchese intenso e di un azzurro, sbiancando la spiaggia a livelli di Maldive.

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Tra Collesalvetti e Lorenzana, a nord di Rosignano, potrete invece ritrovare le colline del Mulino Bianco, e cimentarvi con i panorami tipicamente toscani – collina, cipresso e casale, tanto per intenderci. Il muliino della famosa marca di merendine e biscotti si trova a Chiusdino ed l’agriturismo Mulino delle Pile.

Quando andare e dove stare
La primavera inoltrata è sicuramente la stagione migliore. Troverete il verde dei campi al massimo del suo splendore e il caldo non sarà opprimente.
Le sistemazioni sono davvero innumerevoli. Si può andare dal casale ricondizionato a relais di lusso, al bed and breakfast con vista sulla Torre del Mangia, all’agriturismo spartano, dove il proprietario vi servirà latte appena munto per colazione e vi inviterà a raccogliere le uova delle sue galline. Tutto dipende dal vostro budget.

Come arrivarci
In auto, da nord, si può lascare l’A1 a Firenze e prendere il raccordo autostradale Firenze-Siena. Da sud, invece, sempre dall’A1, uscendo Valdichiana, si può predere il raccordo Siena-Bettole.
Per chi arriva dal litorale tirrenico, l’uscita è Rosignano.

Storytelling: l’essay fotografico

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Fino ad ora ho affrontato il tema dello storytelling attraverso alcuni consigli che avevano più a che fare con la sensibilità del fotografo e con la tecnica fotografica, ora vorrei spostare l’attenzione su come costruire una storia attraverso una serie di immagini, un essay.

In questo caso, nel caso dell’essay, l’analogia tra il fotografo e lo scrittore si fa ancora più forte.

Un essay fotografico è una storia raccontata attraverso una serie di immagini, e, credetemi, assomiglia davvero molto alla costruzione di un racconto o di un romanzo.

Un essay fotografico si sviluppa attraverso più immagini – il numero non è fondamentale.
Fondamentale invece è la consapevolezza che tutte le immagini debbano concorrere a raccontare la storia, anche se in con ruoli e pesi diversi.
Come lo scrittore, anche il fotografo, che intende raccontare una storia un essay, deve saper costruire un ritmo, capace di catturare chi guarda, incuriosirlo e  guidarlo attraverso la storia.
Mantenendo l’analogia con lo scrittore, le foto sono per il fotografo quello che per lo scrittore sono le scene, foto e scene costruiscono il plot, la trama del racconto.

CONOSCERE IL CONTESTO.
Conoscere il contesto che vogliamo raccontare è fondamentale. Conoscere il contesto ci aiuta ad individuare i possibili temi attraverso i quali possiamo raccontare la nostra storia.

Non dobbiamo però confondere tema storia. Ogni storia può essere sviluppata attraverso temi diversi. I temi – di solito più simili ad archetipi narrativi – sono gli architravi sui quali poggiare la nostra storia, pensiamo ai temi come a dei binari sui quali poggiare e far viaggiare la storia.
Se siamo padroni del contesto, se sappiamo cosa stiamo raccontando, saremo in grado di sviluppare in modo interessante i temi, attraverso i quali abbiamo deciso di raccontare.

Più ci appoggiamo a temi universali e trasversali, più la nostra storia avrà la possibilità di essere capita ed accolta con favore.
Ma c’è un rischio piuttosto rilevante legato ai temi universali: più ci appoggiamo a temi universali e più rischiamo di essere banali.
Questo non significa che un tema universale non possa essere trattato con un piglio singolare.
Il medesimo problema si presenta allo scrittore. supponiamo che decida di raccontare la storia legata alla fine di un amore, di sicuro non si tratta di una storia nuova e supponiamo che intenda farlo sviluppando temi quali la gelosia, la noia, la rabbia, anche questi non sono temi inesplorati, tutto però dipende dal suo approccio. Se ad esempio esplorasse il tema della positività della gelosia, la sua storia di sicuro potrebbe suscitare un certo interesse.

E anche al fotografo alle prese con un essay si pone il medesimo problema: provare a trattare temi universali attraverso una visione personale, possibilmente nuova – ma quanto meno personale.

Di sicuro pero, dobbiamo essere padroni dei temi che sorreggono a nostra storia. Dobbiamo conoscerli per poterli ritrarre e dobbiamo saperli manipolare se vogliamo che si pieghino e sorreggano al meglio la nostra storia.

Ogni volta che inquadriamo, chiediamoci se quello che vediamo dentro il nostro mirino può contribuire alla storia che stiamo cercando di raccontare , in che modo e quanto. Prima di scattare, chiediamoci se quella scena aderisce ad uno temi della storia.
Supponiamo che il nostro essay sia dedicato ad una comunità che vive sotto un ponte sulle rive dello Yamuna River a Delhi.
Quali sono i temi che possiamo sviluppare per raccontare la nostra storia? Il fiume, di sicuro. Il ponte. La povertà, di sicuro, le condizioni di vita disagiate. Riusciamo a mostrarle in contrasto con l’evidente felicità dei bambini che giocano sotto il ponte? Sarebbe un modo singolare per ritrarre l’indigenza, spogliandola della retorica sofferenza e mostrandola quasi come condizione accettabile.
Potremmo mostrare gli oggetti quotidiani, mostrare le capanne e la loro fragile condizione e mostrare l’assoluta fierezza di chi le abita, la fierezza di chi dice non importa ciò che è, ma questa è casa mia. Questo è un modo di trattare un tema universale come la povertà in un modo personale – non dico nuovo, ma personale.
Ognuno di questi temi, ed altri ancora naturalmente, ci aiuterà a costruire l’intelaiatura visiva sulla quale costruire la nostra storia e se i temi risulteranno sviluppati con cura, singolarità e sensibilità, la nostra storia non potrà non suscitare interesse.

RITMO UGUALE ATTENZIONE
Per fare quello che vi ho appena descritto non abbiamo bisogno soltanto di grandi scatti, abbiamo piuttosto bisogno di creare un flusso, un ritmo visivo, un’alternanza di immagini forti e di immagini di supporto che sappia condurre per mano chi guarda e portarlo dentro il mondo che abbiamo deciso di raccontare.
Pensiamo alla storia di un meccanico.
Sicuramente il suo ritratto, magari ambientato nella sua officina, potrebbe essere lo scatto principale, quello nel quale pensiamo di condensare i tratti narrativi.
Ma il meccanico lavora con le mani. Un primo piano delle sue mani sporche di grasso e segnate sarebbe uno scatto molto significativo e utile per fare entrare chi guarda nel suo mondo, forse anche più del suo ritratto. E così il banco con gli attrezzi, sarebbe uno scatto accessorio molto rappresentativo, che aiuterebbe a capire meglio chi guarda e che farebbe apprezzare ancora di più il ritratto del volto.
Se il ritratto funziona come scatto chiave, gli scatti delle mani e degli attrezzi aiutano ad apprezzarlo e meglio comprendere il mondo che stiamo ritraendo, anche se tecnicamente il banco con gli attrezzi e le mani sporchi sono scatti più semplici da fare e forse meno evocativi di un ritratto.

Questo però per dirvi che in un essay fotografico ci servono immagini che introducano lo scatto principale ed immagini che ne completino la descrizione.

STRUTTURA DEL RACCONTO
Sono certo che non amereste particolarmente un romanzo che mantienga lo stesso ritmo dalla prima pagina all’ultima, così come non riuscireste ad apprezzare un essay fotografico dove tutte le immagini proposte sono key shot – immagini principali.
È necessario imparare a creare un ritmo, alternando scatti minorikey shot, dove gli scatti minori hanno il difficile compito di sottolineare, introdurre, , amplificare, dettagliare e approfondire il contesto della nostra storia per immagini

SCATTI INTRODUTTIVI.
Gli scatti introduttivi servono a portare chi guarda all’interno del contesto
. Non è necessario svelare tutte le nostre intenzioni dal primo scatto, ma dobbiamo fornire tutti gli elementi necessari perché chi guarda capisca il contesto della nostra storia.
Naturalcmente molto dipende dal tipo di storia che stiamo raccontando, non sempre un panorama è la scelta corretta per uno scatto introduttivo – anche se spesso lo è.
Se il racconto si snoda in un ospizio per anziani senza famiglia alle porte di Kathmandu, uno scatto che mostri l’ingresso dell’ospizio o una targa che riassuma lo scopo ed elenchi i donatori possono funzionare molto bene.
Se la nostra storia vuole raccontare un parco naturale o una città, forse una panoramica funzionerebbe meglio.

SCATTI ACCESSORI o MEDI.
Aiutano a definire meglio la storia
. Costituiscono il corpo. Possiamo paragonarli ai gregari in una squadra di ciclismo, aiutano il campione ad emergere e molto spesso fanno il lavoro sporco, consapevoli che le attenzioni alla fine saranno tutte per il campione – lo scatto/gli scatti principali.
Quanti scatti accessori  fare? Dipende dalla lunghezza del nostro essay. Più è alto il numero totale di scatti che compongono l’essay e più possiamo irrobustire il corpo della nostra storia con scatti accessori.
Attenzione! Troppi scatti accessori o intermedi rischiano di annoiare chi guarda, che vuole essere emozionato – qualità che gli scatti medi o accessori non hanno.

Le tecniche che possiamo utilizzare per gli scatti intermedi sono molteplici. Possiamo ad esempio mostrare il personaggio principale del nostro essay con altri personaggi secondari, o ritratto in una qualche attività, possiamo includere molto contesto o usare campi lunghi o non mostrarlo completamente.

Gli scatti medi sono un passo o due più dentro la storia rispetto agli scatti introduttivi.
Ci aiutano a contestualizzare meglio quello che stiamo raccontando.
Naturalmente la tipologia della storia detta la necessità di avere o meno scatti introduttivi. Difficilmente esistono essay fotografici privi di scatti accessori o medi.
Gli scatti medi solitamente identificano i personaggi e il mondo in cui si muovono.
Se stiamo raccontando gli ultimi cowboy dell’Arizona, uno scatto introduttivo potrebbe ritrarre una mandria e un cowboy in campo lungo o lunghissimo, una serie di scatti medi potrebbero chiudere su uno o più cowboy intenti a radunare gli animali o a cavalcare, per poi portare lo spettatore ai singoli ritratti – gli scatti principali

DETTAGLI
Personalmente amo molto l’uso dei dettagli per sviluppare i temi di una storia. I dettagli completano in modo magistrale una storia, e, nella loro operazione di sintesi meta-linguistica, riescono ad essere molto evocativi.
Se il volto segnato dalla vita di un vecchio esule tibetano nei campi profughi del Ladakh è lo scatto principale, le sue mani, il suo rotolo di preghiera, possono essere gli elementi pivotali per un buon storytelling.

Pensiamo in grande e scattiamo in piccolo. È una regola pratica che ci aiuta a completare una buona storia.
Il ritratto dell’anziano nepalese a Pashupatinah che legge tutte le mattine le sue preghiere diventa ancora più forte se lo supportiamo con un dettaglio delle pagine consunte del vecchio libro.
I dettagli sono gregari fondamentali, non scattiamoli con sufficienza o come semplici riempi buchi.

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Questo dettaglio “completa” il ritratto d’apertura. Probabilmente da solo non direbbe molto (sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista emotivo), ma, a sostegno dell’immagine in apertura, assume una forza evocativa diversa e “porta per mano” chi guarda nel contesto della storia

SCATTI PRINCIPALI
Una storia senza scatti principali non sta in piedi, proprio come un giallo senza assassino!
Pianifichiamo con calma quelli che pensiamo debbano diventare i nostri scatti principali, da loro dipende l’effettivo successo del nostro essay.
Il ritmo costruito attraverso gli scatti introduttivi e gli scatti accessori DEVE sfociare in un climax, in uno scatto forte in grado di sintetizzare la nostra storia. In un essay fotografico possiamo avere più scatti principali, ma non è possibile che esista un essay senza uno scatto culmine.
Lo stile del nostro key shot dipende dalla storia, la tecnica dipende dal linguaggio, dal messaggio e dalla nostra creatività, ma ovunque cada la scelta stilistica e tecnica non possiamo concepire un essay senza un climax, senza uno scatto principale.
Quando imbastiamo la trama di un essay fotografico dobbiamo avere molto ben chiaro quali saranno i nostri scatti principali. I nostri key shot dovranno essere forti, significativi.
Leggereste un giallo dove non c’è assassino?

key shot rappresentano il culmine della nostra storia, il climax o i climax.
Spesso vanno pianificati in anticipo, alcune volte semplicemente accadono, in ogni caso NON ESISTE STORIA CHE SI RISPETTI SENZA CLIMAX.

Un esempio di scatto principale e di scatti accessori:

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Shelter for the Elderly, Pashupatinath, Kathmandu (Nepal)

 

La nuova Nikon D810

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Faccio una doverosa – e dovuta – premessa: non è mia abitudine, in questo blog,  dedicare spazio all’uscita di nuove macchine.
Faccio uno strappo alla regola, sperando che non me ne vogliate, annunciando la nuovissima D810 di casa Nikon.
Lo faccio perché posseggo e uso con grande soddisfazione una D800 e, dal giorno che l’ho acquistata e cominciata ad utilizzare, ho sempre pensato che Nikon non sarebbe riuscita a commercializzare un modello che sapesse proporre un così elevato rapporto tra qualità e prezzo.

Be’, la nuova Nikon D810 sembrerebbe avere tutte le carte in regola per smentirmi.

La nuova D810

Hanno fatto un lavoro di fino in casa Nikon e sono davvero riusciti ad alzare di nuovo l’asticella nel settore delle full frame (FX) amatoriali – anche se quest’aggettivo calza di sicuro stretto per le D800 e D800E, che tendono molto più verso il segmento pro.

36 megapixcel e una scelta radicale: via il filtro ottico AA – che era stato il distinguo tra i due modelli D800 e la D800E.
Personalmente, quando decisi di acquistare la D800, scelsi il modello con il filtro,  proprio perché produce scatti più morbidi e senza ombra di moiré nelle trame. La scelta andava a discapito di immagini più incise e meglio dettagliate, lo sapevo da subito, ma non l’ho mai rinnegata.
Di sicuro il filtro ottico ha imposto un passo in più nel mio flusso di lavoro: tanto è vero che la prima azione che compio da due anni a questa parte, una volta importato il NEF da Camera Raw, è quella di applicare un filo di nitidezza (io personalmente prediligo la nitidezza avanzata), per recuperare artificiosamente un po’ di croccantezza.
Direte, ma allora perché non ti sei comprato la D800E? Troppa nitidezza non sempre aiuta, soprattutto se fai ritratti – pori, nei e punti neri non sempre sono un plus!

Torniamo alla nuova D810…

Una raffica migliorata. La D810 è infatti in grado di scattare fino a 5 fotogrammi al secondo, caratteristica che potrebbe accaparrarsi nuovamente l’interesse dei vari fotografi sportivi, delusi dai 4 f/s delle due 800 – personalmente vivo questo problema come marginale, ma comprendo le necessità degli altri, magari legati ad una frazione di secondo…

Anche la gamma ISO è stata ampliata e nel nuovo modello parte da 32 ISO, per  arrivare al valore assurdo di 51.200 ISO(!), mantenendo eccellente la qualità di immagine anche a ISO piuttosto spinti.
Onestamente non ho mai spinto la mia D800 oltre gli  8000 ISO, ma devo dire che, anche scattando tra gli 800 e i 3600, il rumore resta davvero contenuto e la qualità complessiva del file finale alta.
Immagino che la nuova D810 sappia mantenere le stesse caratteristiche e che addirittura riesca a spingersi oltre.

Nikon ha poi lavorato sul sistema di messa a fuoco automatica, introducendo una particolare modalità “AF a gruppi” che promette una velocità di messa a fuoco straordinariamente rapida, anche in casi di scarsa illuminazione della scena.

Migliorato anche lo schermo LCD, che ora raggiunge i 1229 punti e sembrerebbe a prova di riflesso – finalmente!
E migliorato anche l’otturatore che, a detta della casa giapponese, dovrebbe assicurare una migliore stabilità e dettagli più precisi nelle riprese video.
Il nuovo sistema, infatti,  sembra in grado di ridurre notevolmente  le vibrazioni interne – dettaglio di non poco conto nelle riprese con tempi lunghi.

Nital, distribuire di Nikon in Italia, non ha ancora annunciato una data per il lancio del nuovo modello e, tanto meno, ha dato indicazioni sul possibile prezzo end user. Negli USA lo street price la nuova D810 (solo corpo)  è di 3299 dollari – qualche spicciolo in più delle sorelle minori D800 e D800E, che vengono vendute attorno ai 2900 dollari.

Molti di noi sono ossessionati dalle tabelle comparative – confesso di esserlo anch’io qualche volta. Chi lo fosse, ossessionato o semplicemente curioso, può cliccare qui ed accedere ad una tabella piuttosto esaustiva che mette a confronto D810 e D800/E.

Da utente, sono molto soddisfatto della mia D800: mi ripaga di ogni euro che ho speso – anche se magari ci si mette un pochino, visto il prezzo pagato.
Per qualche centinaia di euro in più Nikon promette una reflex dalle prestazioni sempre più elevate e sempre più sovrapposte al segmento dei modelli professionali.

Il mio consiglio: se vi potete permettere la spesa… non tiratevi indietro.

Quale borsa portarsi in viaggio

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La borsa è un accessorio di vitale importanza, in particolar modo quando si fotografa in viaggio.

Scegliere la borsa giusta è un momento fondamentale.
Come potrete chiaramente immaginare NON esiste una borsa ideale per ogni occasione, ma è comunque possibili individuare una tipologia di borsa che faccia al caso nostro, nella situazione specifica.
Questo non significa per forza possedere decine di borse fotografiche diverse.

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Il mio zaino pronto per uscire

Personalmente posseggo una Vertex 100 AW della Lowepro – marca alla quale sono affezionato da molti anni e che non mi ha mai tradito. Si tratta di uno zaino piuttosto compatto che mi permette di girare con un corpo macchina, tre obiettivi, un flash, un computer/ipad e un po’ di accessori. La mia Vertex ha due tasche sul davanti che mi permettono di buttarci dentro un po’ di roba varia – ad es. chiavi, occhiali, registratorini MP3, mini torce, ecc.

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Dentro la mia borsa – che esca per due ore o per un mese

Non so dirvi se sia la migliore borsa disponibile sul mercato, ma per quello che serve a me lo è.
Capiente quanto basta (anche perché l’attrezzatura che vi ho descritto, e che mi porto in giro sempre, pesa un bel 10 chili), dotata di una protezione per la pioggia, di un aggancio per il cavalletto e con le cerniere sigillate, la mia Vertex mi assicura affidabilità inj ogni situazione. E in più sta nelle dimensioni consentite per essere imbarcata con me quando volo.

Perché vi racconto della mia borsa e non vi faccio un elenco di borse e modelli disponibili?
Perché vorrei farvi capire quanto sia soggettiva la scelta e secondo quali criteri l’abbia fatta.

Riepiloghiamo, la borsa deve:

  • contenere agevolmente TUTTO  la vostra attrezzatura standard
  • contenrere un po’ di più (!)
  • avere gli scompartimenti imbottiti e mobili, riposizionabili con il velcro
  • essere a prova di intemperie
  • poter essere imbarcata senza problemi da qualsiasi compagnia aerea
  • essere leggera
  • essere robusta
  • pratica (e questo conta molto e conta molto il modo in cui siete abituati a scattare

Non importa che sia uno zaino o che sia una tracolla, non importa che si tratti di un leggero modello monospalla e una borsa rigida stile flight case, quello che conta è che vi torni comoda e non vi intralci.

Il mio consiglio è di evitare i colori sgargianti e fluorescenti che hanno fatto la loro comparsa nel monocromatico universo delle borse fotografiche da qualche tempo, attirano troppo l’attenzione ed evitate anche di acquistare quei modelli ricoperti di patch con sopra scritto photographer I love photography, ci sono posti dove non è prudente gridare  che abbiamo del costoso materiale addosso e altri dove i fotografi non sono proprio i primi benvenuti.

Tasche e imbottiture sono i dettagli da verificare e non sottovalutare.
Controllate anche che al suo interno sia presente almeno una di quelle tasche a rete (mesh pocket), utilissime per buttarci dentro card, batterie e altri piccoli accessori.

Quali marche?
Io sono un fedele estimatore di Lowepro – che però ha il difetto di costare un po’. Tamrac è altrettanto valida. Tenba, Manfrotto e Kata per citarne solo alcune.

Quanto spendere?
Non lesinate, gli state affidando la vostra attrezzatura, ma assicuratevi di fare l’acquisto corretto. Non vergognatevi di provare, di aprire, di valutare modelli diversi.