Vai al contenuto

Posts contrassegnato dai tag ‘story telling’

Story telling: diventare dei piccoli esperti

177823_490963717586966_632719091_o

 

Ernest Hemingway diceva che non si può scrivere di ciò che non si conosce e sono assolutamente d’accordo con Papa.
Per raccontare – soprattutto se scegliamo di raccontare attraverso la fotografia – dobbiamo acquisire una certa esperienza specifica dell’argomento che intendiamo trattare.
Ci sono modi diversi per farlo. Possiamo scegliere di raccontare soltanto di ciò che è la nostra vita o possiamo allargare le nostre conoscenze, facendo ricerche e documentandoci.

Personalmente, prima di affrontare la parte esecutiva di qualsiasi progetto, affronto una fase che sento altrettanto importante, quella che chiamo l’immersione.
Faccio ricerche, cerco e raccolgo tutto il materiale possibile sull’argomento che andrò a fotografare, se mi è possibile mi reco sui luoghi che fotograferò e parlo con chi fotograferò.

Se il nostro progetto prevede donne o uomini, non possiamo non conoscerli, non parlare con loro, non provare a conoscere le loro abitudini, come la pensano, cosa fanno tutti i giorni.
Se il nostro progetto invece prevede luoghi, non possiamo pensare di non fare ricerca.
Il web è il nostro migliore alleato, ma non fermiamoci alla rete, usciamo, andiamo in libreria o in biblioteca, parliamo con fotografi che hanno affrontato l’argomento prima di noi o con amici o conoscenti che hanno visitato i luoghi o che in qualche maniera possono arricchire la nostra conoscenza dell’argomento.
Non risparmiamoci. FACCIAMO RICERCA!

Qualche anno fa ero alle prese con un progetto sui treni indiani. Era ovvio che avrei provato a viaggiare in tutte le classi disponibili, a tutte le ore, che avrei dormito in cuccetta, che avrei aspettato sulla piattaforma mangiando pakora e bevendo tè, e che avrei cercato di parlare con i passeggeri e con i capostazione o con gli addetti alle coperte per le tratte notturne. Era la sola maniera per portare a casa qualcosa di davvero personale. Questo è il mio modo di muovermi, ma non è detto che funzioni per tutti, quello che intendo dire è che più ci immergiamo nel progetto e più il progetto assume spessore e acquisisce nuove sfaccettature.

Scegliere un progetto è soltanto il primo passo.
Il secondo è di certo fare ricerca. Dobbiamo diventare dei piccoli esperti di quello che andremo a raccontare, solo così sapremo farlo al meglio delle nostre capacità.
Ricerca! Ricerca! Ricerca! La questione è fin troppo semplice.
Ciò non significa che dobbiamo prendere una laurea breve in ogni argomento che intendiamo fotografare, ma di sicuro conoscere i dettagli e gli aspetti del mondo che vogliamo ritrarre non potrà che fare bene ai nostri scatti, oltre che a noi stessi.

Manteniamoci curiosi!
Due anni ero alle prese con un libro che celebrava alcune eccellenze enogastromiche italiane e, credetemi, scoprire come si produce la liquirizia dal più antico produttore italiano è un dettaglio che mi ha arricchito e che ha influenzato la fotografie che poi sono andato a scattare, così come ascoltare un produttore di mieli trentini parlare delle sue api come di compagne vere e proprie o  l’anziano produttore di limoni di Amalfi, che ama sua moglie da oltre sessant’anni e che te lo racconta con quello scintillio negli occhi, mentre ti versa da bere il terzo amaro a casa sua.
Scoprire come si produce la liquirizia o il mielo o quanto ama sua moglie il produttore di limoni non migliora la nostra tecnica fotografica, ma arricchisce la nostra sensibilità e mi piace pensare che la fotografia sia soprattutto sensibilità.

liquirizia1

Il barone Amarelli, produttore di liquirizia di Rossano Calabro. La sua azienda produce liquirizia da 17 generazioni e scoprire come si produce la liquirizia è un bon modo per produrre una buona storia

 

 

Annunci

Storytelling: come scegliere le storie da raccontare

Spesso me lo chiedo io stesso: “cosa racconto?”
Non c’è una risposta precisa a questa domanda così personale. Esistono categorie narrative dentro le quali cercare o, attraverso le quali, mettere a fuoco il soggetto della nostra narrazione.

Il livello di interesse che la nostra storia può suscitare è chiaramente legato alla nostra capacità di narrare fotograficamente, ma anche al soggetto scelto, soprattutto in rapporto con il potenziale pubblico a cui ci riferiamo, e naturalmente all’approccio e al tono di voce scelto per raccontare.
Ad esempio, se scegliamo di raccontare i negozi di un particolare quartiere, al di là della nostra obiettiva capacità di rendere i soggetti interessanti dal punto di vista fotografico, il soggetto risulterà molto più interessante e gradito alla comunità che ruota attorno al quartiere e se vogliamo invece allargare il nostro pubblico, dobbiamo fare in modo che o l’approccio o il linguaggio utilizzato sappiano interessare anche altri soggetti, che magari non vivono la quotidianità del quartiere – ad esempio, provare a centrare il racconto sul contrasto moderno vs. tradizionale o esaltare la caratteristica di mestieri in estinzione.

Esistono però caratteristiche generali che determinano l’interesse per il nostro soggetto:

Cominciamo ad elencare alcuni soggetti o macro-categorie che ci possono aiutare, per lo meno a partire per focalizzare meglio il soggetto della nostra storia.

Pensiamo a storie di:

  • Persone
  • Luoghi
  • Oggetti
  • Attività
  • Collezioni (o oggetti simili tra loro)
  • Istituzioni

Queste possono essere le aree dalle quali partire, che possiamo/dobbiamo incrociare con almeno una delle prossime caratteristiche narrative per approdare ad una storia interessante – o per lo meno potenzialmente interessante

  • Universalità
    Esistono temi universali – ad es. pace, amicizia, amore, le stagioni, il tempo, vecchiaia, giovinezza, ecc. – questi temi riscuotono spesso interesse, ma rischiano di portare la narrazione verso il cliché. Attenzione!
  • Prossimità geografica
    Vicinanza con la comunità, ad esempio storie locali
  • Prossimità temporale
    Il soggetto è molto attuale
  • Unicità
    Il soggetto è unico, singolare, non è mai stato trattato, è stato poco trattato, è stato trattato in modo diverso, ecc.
  • Estraneità geografica
    Il soggetto è (molto) distante dalla comunità di riferimento (ad es. un documentario sulla vita in una dispersa valle del Dolpo, nel Nepal del nord)
  • Estraneità temporale
    Il soggetto vive in un tempo lontano, ci sono soggetti, poi,  che non hanno tempo.
  • Conflitto
    Qualsiasi conflitto attira, il conflitto non deve per forza essere fisico. Minacce, disagi, denuncia, ecc.
  • Celebrità
    Le celebrità – concetto del tutto relativo – hanno sempre un certo appeal, attenzione a trovare chiavi di narrazione singolari
  • Riscoperta
    Riscoprire luoghi, proporre luoghi (comuni) con un tono di voce diverso è di per sé un progetto interessante.

Proviamo ora a fare un esercizio, proviamo a scegliere una delle categorie del primo elenco, ad esempio “attività” e una delle caratteristiche narrative del secondo elenco, ad esempio “celebrità”. La nostra storia potrebbe essere un progetto fotografico dedicato agli hobby dei politici, e se volessimo aggiungere un’ulteriore caratteristica narrativa potremmo usare “prossimità geografica” e circoscrivere i nostri soggetti alla giunta comunale cittadina, ad esempio.
Provate ora a creare possibili progetti – non importa quanto realizzabili – semplicemente incrociando categorie e caratteristiche.

Provate ora a distinguere a quale tipologie di storie appartengo e quali caratteristiche hanno (fingendo di pensare ad un pubblico potenziale di Milano) i seguenti progetti:

  • “porte di Kathmandu”
  • “i mestieri del passato che sopravvivono alla città (Milano)”
  • “le stagioni nella Tuscia viterbese”
  • “la scuola vista dalla prospettiva di uno scolaro di sei anni”

Scegliere un buon soggetto da raccontare è metà del successo di un progetto di story telling, non dimentichiamolo.
Raccontarlo in modo personale vale quasi la restante metà, in mezzo c’è la tecnica.

 

N.d.A.
Tra gennaio e febbraio, se siete interessati, organizzerò un workshop dedicato allo story telling fotografico, che si svilupperà su due weekend – nel primo cercheremo di fissare le basi teoriche della narrazione per immagini, sceglieremo un progetto da sviluppare e nel secondo weekend (ad un mese di distanza) condivideremo ed analizzeremo i vari progetti.
Se siete interessati tenete d’occhio questo blog o scrivetemi a info@waltermeregalli.it 

W.M.

Story telling: allenare l’occhio

Dhaba KTM

Dhaba – Kathmandu (Nepal). Con un briciolo di immodestia credo che questo scatto condensi occhio, cuore e macchina fotografica. Secondo voi?

L’arte di raccontare attraverso le immagini passa attraverso l’occhio, il cuore e la macchina fotografica, che per parafrasare uno dei più grandi visual story teller mai vissuti, Henry Cartier-Bresson.

Ma cosa significano occhio, cuore macchina fotografica?

Se la macchina è la tecnica e il cuore, la passione. Che cos’è l’occhio?

OCCHIO – è la capacità di vedere, che va oltre il semplice guardare.
Se intendiamo raccontare una storia, dobbiamo prima riuscire a vederla.

Ho cominciato a cincischiare con la macchina fotografica al collo da ragazzino, guidato da un vecchio saggio la cui pazienza era inversamente proporzionale al talento, che non faceva che ripetermi, guardati attorno, testa di rapa, non smettere di guardarti attorno, devi essere curioso e devi imparare a guardare le cose a gambe all’aria. Allora non capivo proprio esattamente quello che il buon Pietro Donzelli cercava di dirmi, ma ci provavo, più per non deludere il grande vecchio e quando mi riusciva, il burbero Donzelli si lasciava sfuggire un “ah, a l’era l’ura!” – che dal milanese significa, finalmente, era ora.

Di quei primi giorni mi forse rimasta una cosa: LA CURIOSITÀ. Non possiamo raccontare una storia se la storia non ci incuriosisce per primi, se non ci interessa, se non ci appassiona.

La curiosità dev’essere la benzina che muove e che ci porta a vedere.
Non importa quanta competenza tecnica possiamo avere, se non siamo in grado di vedere, faremo sempre molta fatica a raccontare storie interessanti, singolari, toccanti.

La capacità di vedere si può allenare, imparando a prestare attenzione ai dettagli, guardando dove gli altri non guardano, per pigrizia o conformismo, mantenendo sempre alta l’attenzione e cercando un continuo connubio tra cuore e tecnica, avventurandosi su tecniche, sperimentando e cercando di mettere la tecnica al servizio della narrazione.

Non dobbiamo mai smettere di osservare.
Osservare i dettagli, osservare la luce, osservare le geometrie. Studiare la scena, che sia abbia o meno la macchina fotografica in mano. Immaginare l’inquadratura, immaginarla con tre diaframmi più chiusa, ripensarla ripresa con un grandangolo spinto. Osservare. Osservare le crepe dei muri, gli intonaci che si staccano, le pieghe del mento della cassiera che ci dà il resto e come la luce della finestra la illumini. Osservare!

Le storie sono continuamente davanti a noi, scrive Jerod Foster. Non posso che essere d’accordo con lui.
Quante volte abbiamo guardato lo scatto di un altro fotografo e ci siamo detti – con un filo di invidia, suvvia confessiamolo – “cazzo io questo mica l’ho notato” e magari quella scena l’abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni e chissà da quanto…

Le storie sono costantemente davanti a noi, vero è che alcune vale la pena di raccontarle più di altre, ma non è questo il punto, non ora. Il punto è che dobbiamo fare leva su una costante curiosità, che a sua volta scateni la nostra capacità di osservare il mondo che ci circonda.

Per quali motivi non vediamo le storie che abbiamo davanti?
Il motivo più ricorrente è l’abitudine. Dobbiamo imparare a guardare come guarderebbe uno straniero, anche se non è cosa facile.
Dobbiamo imparare a scomporre la realtà in micro-realtà. Ci accorgeremo della folla sulla Broadway se cominciamo ad osservare uno ad uno i diversi volti, le diverse espressioni. I dettagli sono un ottimo acceleratore di storie. Anche le grandi storie passano per i piccoli dettagli, impariamo ad usare la retorica, se funziona per gli scrittori, funziona anche per noi.
Raccontiamo le nostre storie attraverso il linguaggio delle figure retoriche – per iniziare almeno, per allenarci (a queste voglio dedicare uno dei prossimi post).
La sineddoche, ad esempio, la parte per il tutto. Ritraiamo un dettaglio per significare la totalità.

Spesso troppo presi dalla ricerca della storia perfetta, sottovalutiamo la forza del dettaglio, quando altrettanto spesso la storia è proprio nel dettaglio.

Alleniamoci a  vedere i dettagli, farà bene alla nostra capacità di raccontare storie attraverso le immagini.

 

Story telling: cosa controllare

 

Un saddhu si bagna nel Bagmati, il fiume sacro nepalese.

Un saddhu si bagna nel Bagmati, il fiume sacro nepalese.

Torno a parlare di story telling, questa volta occupandomi di quello che avviene prima dello scatto – la fase preparatoria – o immediatamente dopo.

Lasciamo perdere per un momento le questioni legati alla tecnica fotografica, fondamentale, perché ci consente di ottenere, attraverso la macchina fotografica, quello che vogliamo esprimere, e occupiamoci invece di quello che dobbiamo  chiederci prima di scattare o subito dopo avere premuto il pulsante di scatto.

Diciamo che abbiamo individuato la nostra scena, che abbiamo inquadrato, composto e scattato… bene, ora cosa dobbiamo chiederci per avere la certezza che il nostro scatto davvero racconti una storia e che lo faccia in modo valido e, possibilmente, univoco?

Cerchiamo di imparare ad essere riflessivi – direttamente sul campo.
La tecnologia digitale ci viene incontro, mettendoci a disposizione la possibilità di vedere immediatamente il risultato finale del nostro scatto.
Non è un’apologia dell’uso del visore, ma un consiglio ad impiegarlo per un fine più alto, che non bearsi di quanto scattato.
Il visore sul dorso delle nostre reflex deve diventare un nostro grande alleato nello story telling.

Una volta scattato – ma anche prima, se siamo un po’ lungimiranti e dotati di una buona immaginazione fotografica – poniamoci alcune domande.

  • Sto raccontando davvero una storia con questa immagine?
  • E’ questa la storia che ho intenzione di raccontare?
  • Quali elementi devo inserire nella mia inquadratura perché la storia sia chiara?
  • Ci sono elementi che possono distrarre?
  • C’è qualcosa che posso/devo aggiungere perché sia più chiaro quello che intendo raccontare?
  • La tecnica che ho usato, o che intendo usare, è appropriata alla storia che sto raccontando, o che ho appena raccontato?

Sia chiaro, non si tratta di un elenco esaustivo, ma di certo ci può aiutare a migliorare la nostra di capacità di raccontare storie con la macchina fotografica.
Ognuno di noi potrà poi aggiungere altri punti, a sua discrezione, ma il senso è quello di essere riflessivi, fare un po’ quello che farebbe uno scrittore alle prese con la revisione del proprio racconto.

Un’immagine vale mille parole, si suol dire, be’ io mi permetto di aggiungere che un’immagine sbagliata vale anche duemila parole, e le mille in più rispetto ad una buona immagine saranno critiche e disappunto.
Non è quello che vogliamo che le nostre storie fotografiche facciano.

Non lasciamo la scena che abbiamo scattato se non siamo certi di essere riusciti a cogliere quello per cui ci siamo fermati a scattare.
Voglio dire, se intendiamo immortalare un bramino  in posa davanti ad un tempio, non andiamocene con un solo scatto, per poi domandarci, magari lontano dal tempio, perché non abbiamo scattato anche un ritratto più ravvicinato del bramino. Sarebbe inutile – e frustrante.

Riflettere deve diventare una fase del processo creativo, più ci abituiamo a farlo, più velocemente scatteremo e più facilmente porteremo a casa storie interessanti.