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Ritratti: l’importanza del gesto

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Molti fotografi concordano che gli occhi siano l’elemento chiave in un ritratto, alcuni, addirittura, non concepiscono un ritratto senza che il soggetto non guardi dritto in macchina.
Personalmente non sono così rigido, amo i ritratti dove il soggetto è di profilo, tanto quanto quelli dove lo sguardo è dritto e diretto all’obiettivo.
Chiaramente quando il soggetto guarda in macchina ingaggia una relazione con chi guarda decisamente più potente e solida, ma non per questo dobbiamo privarci della possibilità di variare la posa.

Un dettaglio del quale invece pochi parlano è il gesto.

Anche se stiamo scattando un ritratto, e quindi siamo concentrati sul volto e sull’espressione del nostro soggetto, non sottovalutiamo l’importanza dei gesti, i gesti hanno la forza di caratterizzare meglio il nostro soggetto, oltre che di rendere un ritratto più interessante e meno scontato.

Vi mostro un esempio pratico, e giudicate voi stessi.

Rajasthani nella fortezza di Amber

Rajasthani nella fortezza di Amber

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Ecco due scatti dello stesso soggetto, si tratta di due ritratti scattati a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro, nelle stesse condizioni di luce e mantenendo inquadratura e focale più o meno simili.
In entrambi i casi il soggetto guarda in macchina – per buona pace dei puristi del ritratto – nel secondo il gesto di appuntirsi il baffo, sono riuscito a cogliere un gesto che rende il ritratto più interessante, più singolare.

Questo riusciamo a farlo quando la fretta non ci assilla e quando riusciamo, anche al di là della barriera che impone una lingua diversa, instaurare un rapporto con chi stiamo fotografando.
In questo caso, risolti i conticini di base relativi all’esposizione e scelta l’inquadratura, mi sono concesso un po’ di tempo e ho provato a conversare con il mio soggetto – la maggior parte dello scambio verbale era improntato sul “yes, thank you”, “ok, one more, if you please” e tanti, tanti, tanti sorrisi.
Degli scatti effettuati, quello dove si liscia il baffo è senza dubbio quello che mi soddisfa maggiormente.

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5 cose da tenere a mente per scattare ritratti migliori

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Un ritratto ambientato e scattato dal basso: il soggetto assume importanza e autorevolezza

 

Ecco cinque consigli pratici per scattare ritratti migliori, il sesto è… scattarne tanti.

  1. NOI e IL SOGGETTO
    Consideriamo sempre attentamente il tipo di relazione che stabiliamo con il soggetto ritratto.
    La ripresa è ravvicinata? il campo è stretto? il soggetto è inserito in un contesto?
    Ricordiamoci anche che la posizione del punto di ripresa (in relazione al soggetto)  è importantissima: un soggetto ripreso dal basso acquisisce importanza, mentre se ripreso dall’alto permette a chi guarda di stabilire un contatto più intimo e diretto.
  2. DISTANZA
    La distanza dal soggetto gioca un ruolo fondamentale.
    E’ la distanza effettiva – o quella percepita – che ci dà la misura dell’intimità del ritratto.
    La distanza di ripresa canonica per un ritratto (testa/spalle) è al massimo di pochi metri e per un ritratto ambientato non arriva quasi mai a superare i cinque. Supponendo di utilizzare un tradizionale ’80mm, la percezione che si ha del soggetto  data dalla porzione di spazio occupata all’interno dell’inquadratura, è  più o meno sempre la stessa, per cui l’occhio è abituato.
    Modificare questa proporzione (distanza/ingombro) può essere motivo di interesse – anche se ciò non significa per forza produrre ritratti migliori.
  3. LA LUCE
    Poteva forse mancare!? Ovvio che no!
    Pensiamo a che luce vogliamo, prima di scattare. oglio una luce morbida, capace di sottolineare l’armonia del volto? voglio una luce dura? voglio molto contrasto?
    Se scattiamo all’esterno, chiediamoci se vogliamo utilizzare la luce calda delle golden hours o chiediamoci se il sole di mezzogiorno, di solito poco utile ai ritratti, non possa essere un fattore che andrà a distinguere i nostri scatti.
    Se abbiamo deciso di miscelare flash e luce ambiente, pensiamo prima a che risultato vogliamo ottenere.
    Molti fotografi scelgolo la via che associa sempre la stessa tipologia di luce sia flash, sia ambiente – cioè se si trovano a scattare con una luce ambiente morbida, aggiungono sempre un flash morbido, se invece la luce ambiente è dirette e decisa, aggiungono un flesh diretto e deciso. Personalmente non seguo questa regola, preferisco mischiare per ottenere effetti diverisi.
    E maggiormente in studio, dove siamo noi a creare la luce.
  4. IL GESTO
    Molti di noi costringono il soggetto a pose immobili. E’  una tecnica come un’altra. Io preferisco che il soggetto si muova (senza esagerare), ma che soprattutto parli (anche se a volte i ritratti migliori nascono nelle pause di silenzio).
    Un piccolo gesto della mano, uno sguardo abbassato a volte sono  quel piccolo dettaglio che fanno diventare un ritratto un piccolo capolavoro.
    Impariamo dunque a far parlare i nostri soggetti mentre scattiamo e non distraiamoci mai, neanche quando il soggetto magari parla con altri sul set. Anzi, spesso è dissimulando o fingendo disattenzione che cogliamo i ritratti più intensi, proprio mentre il soggetto non si aspetta di essere ripreso e finalmente abbassa la guardia e si mostra più naturale. Noi però dobbiamo farci cogliere pronti!

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    Lo stesso soggetto (il simpaticissimo Luigi Aceto) ritratto nella sua limonaia durante una pausa. La sua maschera facciale è più rilassata e il ritratto che ne scaturisce è così diverso da quello d’apertura

  5. POSE BREVI
    Ricordiamoci che davvero poche persone, eccezion fatta per le modelle e i modelli professionisti e per gli attori, si sentono davvero a loro agio di fronte alla macchina fotografica.
    CERCHIAMO DI MANTENERE IL TEMPO PER SCATTARE UN RITRATTO IL PIU’ BREVE POSSIBILE. Non esasperiamo i nostri soggetti con interminabili sessioni, cerchiamo di essere rapidi e di evitare che il soggetto si stanchi – si stancano più velocemente di quanto noi si possa pensare.
    Questo non vuol dire di mollare il colpo prima di essere certi di aver scattato la foto che stiamo cercando, ma semplicemente di imparare ad essere più rapidi con l’aritmetica e con tutto quello che ha a che fare con la tecnica.

Un errore comune.

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Ogni volta che chiudo un workshop mi domando “e io? io cosa ho imparato?”
Con il workshop di tecnica di base dello scorso fine settimana, ho capito qual è l’errore che commettono moltissimi quando scattano: NON GUARDARE BENE L’INQUADRATURA e includere elementi che vedranno soltanto una volta che la foto è stampata o sparata su un monitor da 42″.

Quello di non controllare l’inquadratura è forse uno degli errori più ricorrenti a tutti i livelli.
E poi scopriamo di aver dimenticato  dentro la nostra scena oggetti inutili, persone, pezzi di architetture e altro, che, con quello che voleva essere il nostro scatto, non c’entrano nulla.

Perché questo accade?
Per motivi diversi.

  • Perché siamo troppo concentrati sulla tecnica di base (forse perché non abbiamo abbastanza esperienza o pratica) e la nostra testa è troppo fissata con i parametri dello scatto – quale tempo uso? quale diaframma? gli ISO sono corretti? dove sto leggendo l’esposizine? – e mentre ci rispondiamo mentalmente, componiamo e scattiamo.
  • Perché siamo distratti e scattiamo con troppa fretta. Fatta eccezione per la fotografia di sport, per il reportage e la street photography (ma non tutta la street photography), dobbiamo prenderci il tempo necessario per comporre la nostra inquadratura

Addirittura non solo dimentichiamo elementi non desiderati ai bordi dell’inquadratura, ma li lasciamo penzolare sulle teste dei nostri sogggetti principali – ho visto cose che voi umani…

CONSIGLIO: scattiamo con tranquillità, facciamo bene i compiti che ci richiede la tecnica e dedichiamo IL GIUSTO tempo alla composizione, controlliamo i bordi dell’inquadratura e diamo un paio di controllatine anche nei pressi degli elementi principali.

Amo aprire i miei workshop dicendo quello che lasciamo fuori dall’inquadratura NON esiste, ma anche ricordiamo che tutto quello che mettiamo dentro l’inquadratura è dentro per un motivo.

Nella foto di apertura – Tibet. Friendship Highway. 2006 – ho cercato di asciugare la mia inquadratura il più possibile. Nel 2006 la FH era poco più di una mulattiera polverosa, ma il traffico dei mezzi pesanti era comunque altissimo. Io nel mio scatto volevo trasmettere la sensazione di difficoltà che mi davano questi bestioni arrancando sulla strada sterrata e al tempo stesso l’incombenza della natura, che in Tibet, regime o no, resta dominante.
Ho aspettato per una buona mezz’ora, fino a quando un camion ha approcciato la curva. La matematica l’avevo già sbrigata e ho avuto tutto il tempo per comporre con calma e per controllare cosa includevo e cosa escludevo. Ho scattato con calma, regalandomi pure il lusso di scattar e qualcuna più chiusa e qualcuna più aperta. Ok, forse ho perso un po’ di tempo, ma, almeno per me, ne è valsa la pena.

Workshop di Milano, ancora pochissimi posti disponibili

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Manca meno di una settimana al workshop di Milano e i posti ancora disponibili sono davvero pochissimi.

La sceltas è quella di mantenere un gruppo snello, il cui numero di partecipanti non superi  la decina, questo mi permette a tutti di interagire e di essere seguiti in maniera continua.

Un workshop, al contrario di un corso, vive di condivisione e di interazione, ecco perché un gruppo troppo allargato di partecipanti non è una cosa buona. Mentre un classe nutrita è sinonimo di corso di successo, un gruppo troppo folto di partecipanti ad un workshop spesso genera confusione.

Il workshop di questo fine settimana è rivolto al principiante e al principiante avanzato, a chi si avvicina alla fotografia e a chi le basi le conosce già, ma non disdegna un sano ripasso pratico.
Due giorni dedicati alla tecnica di base, qualche ora di teoria in studio e poi pratica… macchina in pugno  e via!

Per iscriversi: 

Il meteo (incrociando le dita) dà bel tempo, per cui… approfittane!

Workshop a Milano. Dedicato alle basi della tecnica fotografica.

Testata Evento FB

Prossimo appuntamento a MILANO, il 30 novembre e il 1° dicembre con il WORKSHOP FOTOGRAFICO “Le 10 regole della fotografia. Quando seguirle e quando infrangerle”.

Si tratta di una due giorni di full immersion per principianti (e principianti avanzati), durante la quale metteremo a fuoco le 10 regole basi della tecnica fotografica, spiegheremo come metterle in pratica e capiremo quando può essere utile, per ottenere scatti più interessanti, infrangerle e soprattutto come.

Il workshop si svolge secondo una routine ormai collaudata che prevede una breve introduzione teorica il sabato mattina e poi molta pratica, per poi tornare a sederci e a condividere quello che abbiamo scattato, cercando di individuare i pregi e gli eventuali difetti degli scatti. Il secondo giorno, la domenica, si apre con una seconda sessione teorica e poi di nuovo pratica.

Il workshop è aperto a tutti i possessori di macchina fotografica digitale reflex… non importa se alle prime armi o un po’ più avanti con la tecnica.
Il costo del workshop è di 95 euro (i posti sono volutamente limitati).
Per iscriversi è sufficiente andare a questa pagina.

Se volete sapere di più, mandatemi una mail a questo indirizzo: WALTER MEREGALLI sarò lieto di darvi ulteriori informazioni.

Argomenti del workshop:

  • La fotocamera digitale, scattare in digitale
  • I principali accessori
  • Le 10 regole di base
  • Quando seguirle e come
  • Quando infrangerle e perché

PROGRAMMA DEL WORKSHOP

Sabato 30 Novembre

9.30 incontro con i partecipanti e introduzione, breve lezione teorica
11 sessione pratica
13 pranzo (non compreso nella quota)
14 sessione pratica
16 condivisione e critica delle fotografie scattate durante il giorno
18 fine dei lavori

Domenica 1 Dicembre

9.30 breve lezione teorica
10.30 sessione pratica
13 pranzo (non compreso nella quota)
14 sessione pratica
16 condivisione e critica delle fotografie scattate durante il giorno
18 fine dei lavori

Vi aspetto!

Capire la luce: la luce tropicale

Tramonto in Tailandia - clima tropicale monsonico

Tramonto in Tailandia – clima tropicale monsonico

Secondo post dedicato alla luce e a come la luce risulti diversa a seconda della latitudine alla quale ci troviamo.

In questo post ci occupiamo di LUCE TROPICALE.

Come abbiamo sottolineato nel post precedente – Capire la luce, la qualità della luce è influenzata sia dal luogo in cui ci troviamo, sia dal clima.
I tropici sono caratterizzati da un clima molto umido e con temperature piuttosto alte (di solito quasi mai al di sotto dei 28° C).
Distinguamo tra due tipologie di climi tropicali: quello umido e quello monsonico.
In entrambi i casi però, quando il sole è a picco, sprigiona una luce molto dura e diretta.

 

Tropici umidi

La luce tropicale, quando il sole non è offuscato dalle nubi, è solitamente molto intensa.
Il mio consiglio è quello di concentrare i propri scatti panoramici poco prima del tramonto (golden hours), soprattutto se un temporale ha spazzato l’afa dall’aria. Bisogna essere rapidi soprattutto per due motivi, la brevità delle golden hours a quelle latitudini e il fatto che il calore della terra tende a riformare l’afa in breve tempo.

Provare a scattare nelle ore centrali della giornata, a queste latitudini, è spesso una perdita di tempo, per questo consiglio di organizzare la propria scaletta dedicando tale porzione della giornata per eventuali interni o dettagli.
Il cielo durante il giorno risulta molto scialbo.

Il clima tropicale umido conosce sostanzialmente una sola stagione, per cui è indifferente il periodo dell’anno nel quale programmiamo di andare. Fondamentale invece è il periodo del giorno!

 

 

Tropici monsonici

Le zone interessate dai monsoni, pur considendosi tropicali, presentano tre differenti stagioni: la stagione delle piogge, la stagione fresca e la stagione calda.
La stagione delle piogge
è caratterizzata da un clima molto umido, con forti rovesci concentrati soprattutto nel tardo pomeriggio. Le temperature raggiungono e superano facilmente i 30°/35° C con una forte percentuale di umidità – spesso attorno al 95%. Questo non vuol dire che non si possano incontrare giornate secche, ma restano un’anomalia.
Le altre due stagioni –fresca calda – sono invece caratterizzate da un clima molto secco.
In alcune zone monsoniche, durante la stagione calda le temperature raggiungono i 45° C nelle ore più calde.

Le tre diverse stagioni comportano una pianificazione più attenta, in quanto la luce varia a seconda della stagione.
La luce migliore è quella della stagione immediatamente successiva al monsone, che presenta cieli tersi e temperature più miti – ma non sempre il cielo terso è la soluzione migliore per le nostre fotografie.
Per contro, avventurarsi nella stagione che precede il mosone può voler dire dover affrontare temperature molto elevate e un clima torrido, che lascia poco tempo per la fotografia all’aperto.