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Vivian Maier: il fascino misterioso della fotografa bambinaia

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Sono contento, e al tempo stesso un po’ spaventato, dall’enorme successo di pubblico e mediatico che sta avendo la mostra di Milano dedicata a Vivian Maier e alla sua fotografia.

La Maier, per molti sconosciuta fino a pochi mesi fa, offre un lavoro di grandissima qualità che abbraccia circa 30 anni, dai primi anni Cinquanta, fino agli ultimi scatti degli anni Settanta.

Leggo che il successo di questa fotografa è in parte dovuto al mistero che avvolge la sua vita e all’eccentrica combinazione di bambinaia e di fotografa; personalmente credo che il successo della Maier sia tutto nelle sue fotografie, spesso ruvide, ma sempre molto evocative.

Vivian Maier scattò gran parte del suo lavoro a Chicago e a New York, lungo le strade dei quartieri che frequentava e conosceva molto bene e, sempre secondo una personalissima analisi, gran parte del fascino che è proprio degli scatti della fotografa nata nel Bronx a metà degli anni Venti, è proprio in questa caratteristica: Vivian Maier conosceva profondamente ciò che immortalava.

La mostra a lei dedicata – “Vivian Maier: una fotografa ritrovata” – è molto ben organizzata e invito chiunque ami la fotografia e abbia modo di essere a Milano, di andarla a vedere.
“(…) Seppur scattate decenni or sono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul  nostro presente (…), scrive Marvin Heiferman nel testo che accompagna il catalogo ufficiale della Contrasto. Sono completamente d’accordo. Di fronte agli scorci di vita da strada della New York degli anni Cinquanta o Sessanta proposti dagli scatti di Vivian Maier, sembra di essere al cospetto di immagini scattate qualche anno fa, o addirittura ieri, se non fosse per gli abiti.

Chiunque fotografi, chiunque si diletti di street photography, chiunque ami la fotografia DOVREBBE fare un salto allo Spazio Forma e omaggiare questa grande sconosciuta giustamente ritrovata.

Uscendo dalla mostra, contento e appagato, per una volta tanto, sono stato però raggiunto da una paura: spero soltanto che i molti che si sono avvicendati per vedere la Maier, colti da una folgorazione fin troppo repentina e superficiale, non escano domani e comincino a scattare in strada a caso, pensando di fare street photography. Purtroppo, il rischio c’è, perché è molto sottile la differenza tra gli scatti d’autore in mostra e gli scatti casuali di molti di noi.
Nulla, nelle fotografia di Vivian Maier, è casuale. Tutto racconta. Questo dovrebbe indicarci un distinguo e trattenerci dal puntare le nostre reflex a caso. Vivian Maier conosceva profondamente le strade che fotografava, le viveva, ci lavorava. Questo dovrebbe aiutarci ancora di più: non si può fare street photography senza essere locali.

VIVIAN MAIER: Una fotografa ritrovata
Fondazione Forma
Via Meravigli 5  – Milano
Fino al 31 gennaio
clicca qui per maggiori informazioni

10 consigli per la fotografia di viaggio

Amsterdam in autunno

Amsterdam in autunno

Non si smette mai di imparare, anche se spesso proviamo a convincerci del contrario.
Ognuno di noi ha margini di miglioramento più o meno ampi, non dobbiamo smettere di sperimentare, non dobbiamo MAI pensare ‘non ho più niente da imparare’. NON È COSÌ!
Pensiamoci, possiamo migliorare la nostra tecnica o la composizione, possiamo approfondire la nostra capacità di raccontare storie attraverso le immagini, possiamo migliorare nell’impiego di un certo linguaggio. Ognuno di noi ha margini di miglioramento, basta volerlo.

Un caro amico, grande fotografo, parecchie decine di anni fa mi disse “non importa se non lo capisci adesso, c’è tempo” , certo, lui era un maestro di sessanta e passa anni e  parlava ad un ragazzino appassionato di fotografia che aveva davanti tutta una vita per capire, ma il senso non cambia, c’è sempre tempo per capire, imparare e migliorarsi.

E nell’abbrivio di questa apertura, ecco alcuni consigli pratici – pratici, perché mi vengono dalla pratica quotidiana – per provare a migliorare la nostra fotografia e in particolare la fotografia di viaggio.
Li ho divisi in prima e durante… in questo primo post, I CONSIGLI PRIMA DI PARTIRE. Nel prossimo post,  I CONSIGLI SUL POSTO.

 

PRIMA DI PARTIRE

 

1. Documentiamoci.
Documentarsi sul luogo che andremo a visitare e a fotografare è il primo passo. Un passo fondamentale, oltre che divertente.
Guide, libri, web, le informazioni sono ovunque e di solito abbondanti.
Informiamoci su monumenti, luoghi d’interesse, attrazioni, ma anche manifestazioni sportive, musicali, religiose.
Ci aiuterà a non perdere tempo e ci darà un’idea chiara di quello che ci aspetta.

2. Buttiamo giù una lista.
Quella che i professasti chiamano shot list. Proviamoci anche noi, se funziona per loro, chissà mai che funzionasse anche per noi…
Personalmente credo molto nel potere della lista. La lista è uno strumento che uso ogni volta che affronto un progetto fotografico, mi fa sentire sul pezzo e pronto a portare a casa il risultato.
Da dove si comincia?
Buttiamo giù un elenco degli scatti senza i quali non vogliamo tornare a casa. Ci accorgeremo presto che molto probabilmente si tratterà di un elenco di scatti, per così dire iconici e alcuni di loro risulteranno piuttosto ovvi, NON IMPORTA. Annotiamoli ugualmente e poi proviamo, per ognuno di essi, ad elencare alcune opzioni o alternative che possa renderlo meno scontato, più interessante. Ad esempio, se andiamo in India e andiamo ad Agra, non possiamo tornare a casa senza uno scatto del Taj Mahal, bene, annotiamolo in cima alla lista, tra l’elenco degli scatti obbligatori, poi pensiamo a come renderlo più nostro e scriviamolo a fianco.
La lista DEVE essere uno strumento per generare idee e non per costringerci. Ogni voce della lista DEVE spingerci ad esplorare altre possibilità.
La lista DEVE essere la partenza, non l’arrivo.

3. Scegliamo l’attrezzatura giusta
Gli inglesi hanno un modo di dire piuttosto colorito per indicare l’esagerazione, dicono ‘everything and the kitchen sink”, letteralmente ‘tutto, compreso il lavandino della cucina’. Ecco, evitiamo di portarci anche lavandino quando viaggiamo.
Facciamo mente locale e portiamoci tutta l’attrezzatura che pensiamo possa tornarci utile, pensando soprattutto che poi quell’attrezzar sarà il nostro fardello quotidiano. Personalmente non mi spaventa girare tutto il giorno con uno zaino di dieci chili in spalla, preferisco avere una lente in più che un’inquadratura in meno – molti invece sposano la filosofia contraria.
Viaggiare leggeri è un imperativo, la soglia della leggerezza però è un dettaglio che dobbiamo essere in grado di definire noi, in relazione al tipo di fotografia che prediligiamo, alle aspettative che nutriamo e, ovviamente, alla nostra capacità di caricarci come piccoli muli da soma.
Portiamoci quello che consideriamo indispensabile, ma, ancora più importante, QUELLO CHE CI PORTIAMO NON DEVE AVERE SEGRETI PER NOI!
Dobbiamo conoscere ogni funzione e ogni possibilità dell’attrezzatura che ci portiamo, è imperativo perché poi sul campo ci si possa dedicare semplicemente  a fotografare.

4. Un po’ di riscaldamento serve
Anche i migliori atleti devono riscaldarsi. La regola può essere trasportata in fotografia.
Chi di noi scatta tutti i giorni, probabilmente, è sempre caldo e pronto. Chi invece fotografa meno frequentemente ha bisogno ogni volta di un certo periodo per familiarizzare con la macchina, con le inquadrature, con la composizione. Ecco perché ai secondi consiglio un po’ di riscaldamento in vista del viaggio, che so, magari un fine settimana o una giornata durante la quale portarsi dietro la macchina fotografica e scattare, senza troppe aspettative e senza troppe pressioni.
È umano avvertire la pressione se una vocina dentro di noi ci ricorda che con buona probabilità non torneremo più ad Angkor Wat, è umano. Ecco perché è bene arrivare caldi.

 

5. Coordiniamoci con gli altri
Personalmente, quando fotografo, viaggio da solo, ma non per tutti è così. Considero la fotografia una pratica molto intima. Fatico moltissimo a mostrare una qualsivoglia capacità relazionale mentre fotografo, motivo per il quale se fotografo viaggio da solo. Se invece siete in vacanza o in viaggio con altre persone, le quali magari non condividono la nostra passione per la fotografia, è fondamentale che vi coordiniate con chi vi è attorno. Organizzatevi, non imponete alzatacce all’alba a chi di cogliere quella luce magica non frega nulla. Ritagliatevi momenti vostri, dedicati a scattare, e integrateli con il resto delle attività che prescindono dalla macchina fotografica. Ahimè, quante vacanze e viaggi ha rovinato la passione smodata per la fotografia, pensateci per tempo, evitate di organizzare una gita alle scogliere perché sono un luogo incantevole per poi infliggere ai vostri compagni di viaggio interminabili attese, aspettando la luce. Otterreste un solo risultato certo: rovinarvi i viaggio – se non peggio.

Evitiamo i cliché!

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Parola d’ordine: evitare i cliché!

Me lo ripeto ogni volta che tiro fuori la macchina fotografica, ma, appunto… è una parola!
Non è sempre facile evitare i cliché e scattare una foto di un luogo conosciuto – e molto fotografato – che risulti nuova.
Pensate un po’ al Taj Mahal, è stato fotagrafato qualche milione di volte almeno, da ogni angolatura, da ogni punto di vista… pensate a quando vi troverete finalmente davanti – o dietro – ad uno degli edifici più noti della terra e all’ansia che la ricerca di un punto di vista diverso  vi procurerà.
Credetemi, sarà molta, ma la cosa non deve scoraggiarci, anzi dovrebbe stimolarci per fare quanto ci è permesso per tornare a casa con uno scatto diverso dal solito panorama lungo con il bell’edificio centrato simmetricamente e con i giardini e le piscine davanti.

Come si risolve il problema?
Io lo risolvo così, di solito: mi prendo più tempo possibile, mi reco sul luogo e scatto il cliché, così almeno la mia coscienza è tranquilla, poi comincio ad ipotizzare  di inquadrarlo da altre posizioni ed in orari non consueti e sperimento. Non esistono, credo altre ricette, se non sperimentare.
Non fermiamoci alla prima inquadratura.
Ecco del mitico ed inflazionato Taj Mahal quante inquadrature sono riuscito a trovare alternative alla solita.

Taj AltUn po’ di buona volontà e il cliché è sconfitto.

Di fronte ad un soggetto noto  come il Taj Mahal, la domanda da porsi è: sono davvero disposto a rinunciare all’inquadratura classica?  Oppure, ho davvero voglia di rinunciare al punto di vista migliore in favore di un’inquadratura insolita e più originale?

Io non sono così impavido ed ecco perché comunque un’inquadratura scontata preferisco comunque scattarla, ma poi mi scrollo la pigrizia di dosso e comincio a cercare inquadrature alternative altrettanto valide.

Come? Usando focali diverse, punti di ripresa non usuali (scattare dalla barca, includendo il barcaiolo, nell’esempio di sopra, aiuta ad ottenere uno scatto diverso e molto personale).
Facciamo tesoro delle diverse tecniche compositive -che mi pare superfluo elencare qui  – e proviamo ad applicarle.
Non scoraggiamoci, il cliché non vincerà!

Un errore comune.

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Ogni volta che chiudo un workshop mi domando “e io? io cosa ho imparato?”
Con il workshop di tecnica di base dello scorso fine settimana, ho capito qual è l’errore che commettono moltissimi quando scattano: NON GUARDARE BENE L’INQUADRATURA e includere elementi che vedranno soltanto una volta che la foto è stampata o sparata su un monitor da 42″.

Quello di non controllare l’inquadratura è forse uno degli errori più ricorrenti a tutti i livelli.
E poi scopriamo di aver dimenticato  dentro la nostra scena oggetti inutili, persone, pezzi di architetture e altro, che, con quello che voleva essere il nostro scatto, non c’entrano nulla.

Perché questo accade?
Per motivi diversi.

  • Perché siamo troppo concentrati sulla tecnica di base (forse perché non abbiamo abbastanza esperienza o pratica) e la nostra testa è troppo fissata con i parametri dello scatto – quale tempo uso? quale diaframma? gli ISO sono corretti? dove sto leggendo l’esposizine? – e mentre ci rispondiamo mentalmente, componiamo e scattiamo.
  • Perché siamo distratti e scattiamo con troppa fretta. Fatta eccezione per la fotografia di sport, per il reportage e la street photography (ma non tutta la street photography), dobbiamo prenderci il tempo necessario per comporre la nostra inquadratura

Addirittura non solo dimentichiamo elementi non desiderati ai bordi dell’inquadratura, ma li lasciamo penzolare sulle teste dei nostri sogggetti principali – ho visto cose che voi umani…

CONSIGLIO: scattiamo con tranquillità, facciamo bene i compiti che ci richiede la tecnica e dedichiamo IL GIUSTO tempo alla composizione, controlliamo i bordi dell’inquadratura e diamo un paio di controllatine anche nei pressi degli elementi principali.

Amo aprire i miei workshop dicendo quello che lasciamo fuori dall’inquadratura NON esiste, ma anche ricordiamo che tutto quello che mettiamo dentro l’inquadratura è dentro per un motivo.

Nella foto di apertura – Tibet. Friendship Highway. 2006 – ho cercato di asciugare la mia inquadratura il più possibile. Nel 2006 la FH era poco più di una mulattiera polverosa, ma il traffico dei mezzi pesanti era comunque altissimo. Io nel mio scatto volevo trasmettere la sensazione di difficoltà che mi davano questi bestioni arrancando sulla strada sterrata e al tempo stesso l’incombenza della natura, che in Tibet, regime o no, resta dominante.
Ho aspettato per una buona mezz’ora, fino a quando un camion ha approcciato la curva. La matematica l’avevo già sbrigata e ho avuto tutto il tempo per comporre con calma e per controllare cosa includevo e cosa escludevo. Ho scattato con calma, regalandomi pure il lusso di scattar e qualcuna più chiusa e qualcuna più aperta. Ok, forse ho perso un po’ di tempo, ma, almeno per me, ne è valsa la pena.

Le città si muovono, fotografiamole

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Le città sono vive, si muovono e fotografarle è un’interessantissimo progetto fotografico.

Cogliere il movimento può essere un esercizio molto divertente.
Vediamo come fare.

Facciamo qualche sopralluogo, cerchiamo di individuare i luoghi più frequentati, come ad esempio le stazioni ferroviarie o della metropolitana, i centri commerciali, o le isole pedonali, le grandi arterie trafficate.

Se abbiamo scelto una stazione ferroviaria o una metropolitana, puntiamo il, nostro obiettivo su scale mobili o passaggi pedonali e facciamo in modo di trovarci sul posto durante le ore di punta.

Portiamoci sempre un cavalletto.
Impostiamo la sensibilità ISO più bassa, in modo da riuscire a scattare con un tempo compreso tra 1/30 e qualche secondo. Nel caso ci fosse troppa luce e non fosse possibile ottenere tempi sufficientemente lunghi, possiamo cercare di schermare la luce con un filtro neutro – ne esistono diversi in commercio, addirittura ad intensità regolabile.

Per rendere il movimento dobbiamo scattare con tempi lunghi, in modo da creare l’impressione dello spostamento,
Naturalmente non esiste un tempo specifico per rendere il risultato al meglio, ma con qualche prova sono certo che ce la caveremo. Per una maggiore definizione dei soggetti, scegliamo un tempo più veloce, se invece vogliamo rendere i soggetti come scie fluide, impieghiamo un tempo più lungo.

Con la tecnica dei tempi lunghi, molti luoghi che scarteremmo a priori, possono invece rivelarsi particolarmente fotogenici e regalarci una serie di scatti molto carichi di emozione e che be’ documentano la città che si muove.

Fotografare i mercati

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I mercati, in qualunque luogo del mondo, offrono spunti infiniti per il fotografo di viaggio,
Personalmente amo i mercati e credo che fotografare un mercato sia un eccellente modo per entrare in contatto con la cultura locale.

Distinguo due momenti fondamentali: esplorare un mercato e fotografarlo, lì considero separati, anche se possono avvenire uno a breve distanza dall’altro.

Con esplorare, intendo prendere confidenza con il luogo, cercare le inquadrature possibili, capire le dinamiche, mischiarsi con la gente e, magari, fare amicizia con qualche venditore, che potrebbe tornarci utile nella seconda fase, quando cioè torniamo a fotografare.

Cerchiamo di recarci presto al mattino, quando ancora il mercato è sgombro e magari i venditori sono alle prese con le attività di montaggio dei loro banchi o dei loro negozi.
Sfruttiamo le informazioni che abbiamo preso durante l’esplorazione e cerchiamo di ritrovare gli amici che ci siamo farti mentre esploravamo.

I mercati possono essere luoghi molto affollati, dobbiamo ricordarci di agire rapidamente e in modo quasi invisibile.

Selezioniamo quello che intendiamo inquadrare. Focalizziamo l’attenzione sulle merci, ma anche sui volti e sulle mani. Cercate i dettagli. Avvicinatevi alla gente e cercate i dettagli.
Non insistete con un solo obiettivo, spesso un grandangolo riesce a regalargli quelle viste d’insieme che contribuiranno poi a raccontare l’atmosfera del mercato,

Cerchiamo anche luoghi sopraelevati, da quali cogliere meglio l’insieme e cercando inquadrature insolite.
Spesso al mercato la gente non si cura molto di noi e questo è sicuramente un momento privilegiato, dobbiamo approfittarne, senza però esagerare.

Nei mercati, bisogna imparare ad essere veloci, le situazioni si sovrappongono e spesso non c’è tutto il tempo per comporre a regola d’arte.
Personalmente, in situazioni simili, imposto la macchina su priorità di diaframma, in modo da ave sempre sotto controllo la profondità di campo e avere la certezza di isolare i miei soggetti dal resto.
Cerchiamo di anticipare le mosse dei nostri soggetti, componiamo mentalmente e facciamo i trovare pronti quando la scena sarà pronta per diventare un nostro scatto.

La luce cambia spesso, per cui è buona regola ripassare almeno un paio di volte nell’arco della giornata.

Attenzione però, i mercati sono affollati e tra la folla può nascondersi qualche malintenzionato, massima attenzione all’attrezzatura, dunque.

Capire la luce: la luce dei climi secchi

La luce nelle zone secche del mondo

La luce nelle zone secche del mondo

 

Le zone secche possono presentari tipologie di luce molto diverse tra loro, è bene conoscere prima le potenzialità che ci verranno offerte una volta sul posto.

SAVANA

La savana (ad es. Africa orientale) alterna una lunga stagione calda e arida ad una più breve caratterizzata da intense piogge.

Durante la stagione arida, la luce intensa e le giornate sono solitatamene caratterizzazte da un cielo terso e luminoso, spesso appena velato, che mantiene la sua brillantezza anche durante la notte, nonostante l’oscuità.

Durante la breve stagione delle piogge, la luce varia molto, ma il cielo non appare mai coperto da una pesante coltre di nubi grigie come invece capita spesso di incontrare nelle zone interessate dai monsoni.

La luce della savana

La luce della savana

 

STEPPA

Il clima che caratterizza la steppa è di solito piuttosto secco e le poche precipitazioni si distribuiscono nel corso dell’anno in modo del tutto irregolare ed inaspettato.

Queste zone della terra (ad es. Messico, Afghanistan) sono caratterizzate da cieli molto chiari e tersi, sgombri di nuvole. Durante il breve periodi di pioggia, il cielo di carica di nubi che tendono a diradarsi quasi subito dopo la precipitazione.

Mongolian landscape

La luce della steppa mongola

 

DESERTO

Pochissima pioggia concentrata soprattutto in una breve stagione dell’anno, per il resto il clima è davvero arido e presenta escursioni termiche anche piuttosto estreme tra il giorno e la notte. E’ facile imbattersi in tempeste di sabbia, capaci a volte anche di oscurare il cielo come se fosse notte.

Nei deserti a ridosso del mare, la nebbia non è un fenomeno così improbabile, specialmente nelle prime ore del giorno.

La luce è molto intensa. Ideale fotografare durante le prime ore del giorno e attorno al tramonto, anche se in questi casi potrebbe risultare una dominante arancione calda fin troppo presente

La luce nel deserto

La luce nel deserto