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Story telling: cosa controllare

 

Un saddhu si bagna nel Bagmati, il fiume sacro nepalese.

Un saddhu si bagna nel Bagmati, il fiume sacro nepalese.

Torno a parlare di story telling, questa volta occupandomi di quello che avviene prima dello scatto – la fase preparatoria – o immediatamente dopo.

Lasciamo perdere per un momento le questioni legati alla tecnica fotografica, fondamentale, perché ci consente di ottenere, attraverso la macchina fotografica, quello che vogliamo esprimere, e occupiamoci invece di quello che dobbiamo  chiederci prima di scattare o subito dopo avere premuto il pulsante di scatto.

Diciamo che abbiamo individuato la nostra scena, che abbiamo inquadrato, composto e scattato… bene, ora cosa dobbiamo chiederci per avere la certezza che il nostro scatto davvero racconti una storia e che lo faccia in modo valido e, possibilmente, univoco?

Cerchiamo di imparare ad essere riflessivi – direttamente sul campo.
La tecnologia digitale ci viene incontro, mettendoci a disposizione la possibilità di vedere immediatamente il risultato finale del nostro scatto.
Non è un’apologia dell’uso del visore, ma un consiglio ad impiegarlo per un fine più alto, che non bearsi di quanto scattato.
Il visore sul dorso delle nostre reflex deve diventare un nostro grande alleato nello story telling.

Una volta scattato – ma anche prima, se siamo un po’ lungimiranti e dotati di una buona immaginazione fotografica – poniamoci alcune domande.

  • Sto raccontando davvero una storia con questa immagine?
  • E’ questa la storia che ho intenzione di raccontare?
  • Quali elementi devo inserire nella mia inquadratura perché la storia sia chiara?
  • Ci sono elementi che possono distrarre?
  • C’è qualcosa che posso/devo aggiungere perché sia più chiaro quello che intendo raccontare?
  • La tecnica che ho usato, o che intendo usare, è appropriata alla storia che sto raccontando, o che ho appena raccontato?

Sia chiaro, non si tratta di un elenco esaustivo, ma di certo ci può aiutare a migliorare la nostra di capacità di raccontare storie con la macchina fotografica.
Ognuno di noi potrà poi aggiungere altri punti, a sua discrezione, ma il senso è quello di essere riflessivi, fare un po’ quello che farebbe uno scrittore alle prese con la revisione del proprio racconto.

Un’immagine vale mille parole, si suol dire, be’ io mi permetto di aggiungere che un’immagine sbagliata vale anche duemila parole, e le mille in più rispetto ad una buona immagine saranno critiche e disappunto.
Non è quello che vogliamo che le nostre storie fotografiche facciano.

Non lasciamo la scena che abbiamo scattato se non siamo certi di essere riusciti a cogliere quello per cui ci siamo fermati a scattare.
Voglio dire, se intendiamo immortalare un bramino  in posa davanti ad un tempio, non andiamocene con un solo scatto, per poi domandarci, magari lontano dal tempio, perché non abbiamo scattato anche un ritratto più ravvicinato del bramino. Sarebbe inutile – e frustrante.

Riflettere deve diventare una fase del processo creativo, più ci abituiamo a farlo, più velocemente scatteremo e più facilmente porteremo a casa storie interessanti.

 

 

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Pubblicato da walter meregalli in maggio 15, 2014

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